lunedì 6 agosto 2012

I 7 peccati delle relazioni pubbliche: Sesto: confondere relazioni pubbliche e comunicati stampa




Il penultimo peccato della sua serie di 7, che la Crewshaw stigmatizza in un articolo tradotto sul sito Ferpi richiama un modus operandi purtroppo molto diffuso da certe agenzie di comunicazione:

Peccato no. 6: Pensare che Rp sia uguale a comunicato stampa. Una delle cose che mi irrita di più sono i clienti o le aziende che equiparano un programma di relazioni pubbliche a un flusso di notizie ottimizzate per i motori di ricerca pubblicate a pagamento . Non lo è e l’acquirente che opera così si sminuisce. (traduzione mia).

Ci riempie la bocca parlando di SEO per propinare all’ignaro cliente, che spesso di relazioni pubbliche non sa molto e di SEO ancora meno, l’idea (ovviamente presentata come “innovativa”) di sfornare una serie di comunicati stampa zeppi di parole chiave in modo che Google li spari ai primi posti. Pazienza se il contenuto non ne è all’altezza.

Ora, se le tecniche SEO sono utili, e spesso indispensabili per talune realtà (pensiamo ai negozi online che vendono tutti le stesse cose e che hanno come unica possibilità per battere la concorrenza quella di farsi trovare prima dall’acquirente), nelle relazioni pubbliche le cose cambiano un po’.

Dato che stiamo parlando di comunicato stampa e non di annuncio pubblicitario, si suppone che in questo caso non si debba vendere (direttamente). Il comunicato stampa serve – lo dice il suo nome –per comunicare qualcosa. A qualcuno. Il “qualcuno” non è“tutti”, è un interlocutore selezionato, che trova l’informazione non perché è al primo posto nei motori di ricerca, ma perché gli è stata inviata lì dove lui si trova. Che significa, semplicemente, utilizzare i canali (portali, siti, blog, ecc.) che l’interlocutore legge. In questo modo le informazioni da comunicare arriveranno a destinazione, anziché perdersi tra tanti articoli tutti uguali e tutti a turno in cima ai motori, ma che nessuno legge perché inviati a casaccio.






venerdì 3 agosto 2012

Il quinto peccato delle relazioni pubbliche: abusare del peso pubblicitario




Quinto post per la serie “I 7 peccati delle relazioni pubbliche” tratto dall’articolo di Dorothy Crenshaw pubblicato su PrDaily e tradotto da Ferpi per il proprio sito.

Peccato no 5: Usare (o abusare) del peso pubblicitario. La maggior parte dei professionisti ha un aneddoto su un cliente che insiste nel cercare di sfruttare l’acquisto di spazi pubblicitari per generare una copertura editoriale, o che minaccia di ritirare una pianificazione se il pezzo non è almeno positivo. La verità è che questo può funzionare, ma raramente vale il costo in termini di relazione. Ed è noto che spesso questa modalità di azione finisce col ritorcersi contro chi la mette in atto.
(traduzione Ferpi)

Qui c'è più di un peccatore, e una parte di “colpa” ricade sulle spalle dei media che offrono la possibilità di pubblicare notizie gratuite alle aziende che acquistano spazi pubblicitari. E’ il caso delle riviste di settore, che hanno un pubblico molto selezionato, composto dagli operatori professionali legati al settore di riferimento. Le pagine di queste riviste si caratterizzano per alcuni articoli ad alto contenuto tecnico, scritti da giornalisti competenti nella materia e da una serie nutrita di contenuti forniti dalle aziende inserzioniste. Alcuni sono validi e interessanti per chi è nel campo, altri sono a sfondo più divulgativo ma comunque possono essere utili per qualcuno. Dato il taglio chiaramente professionale di queste pubblicazioni e la tiratura limitata, non c’è proprio niente da scandalizzarsi se la possibilità di pubblicare articoli è offerta dietro l'acquisto di spazi pubblicitari. L’unico modo per queste pubblicazioni, che comunque sono utili per una categoria di persone, è quella di alimentarsi vendendo spazi pubblicitari e publi-redazionali. E' una regola del settore, punto. Chi legge e scrive su queste riviste la conosce e la accetta.

Il peccato sarebbe piuttosto limitarsi ad acquistare spazi pubblicitari o a pubblicare redazionali senza sfruttare adeguatamente – in termini di comunicazione – la ricaduta che la pubblicità genera.

Per sapere come farlo, segnalo i seguenti post, che approfondiscono l’argomento e propongono soluzioni concrete.





domenica 29 luglio 2012

Il comunicato stampa uffciale di Lab121 per Espresso Coworking

Espresso Coworking

Prima nonConferenza nazionale di coworking e lavoro

Sabato 22 e domenica 23 Settembre 2012 – Alessandria

Condividere conoscenze, strumenti e progetti, questi i valori fondanti del coworking e l’oggetto della nonConferenza nazionale, che nelle giornate di sabato 22 e domenica 23 settembre in Alessandria darà voce ai temi di “coworking e lavoro”.

I membri delle comunità di coworking, i freelance, le imprese e tutti coloro che desiderano un nuovo modo di lavorare, si danno appuntamento a Espresso Coworking per innescare opportunità, attivare reti multi-professionali e processi di lavoro innovativi.

Come un megafono permette a una sola persona di far sentire forte la propria voce, Espresso Coworking farà sentire forte e chiaro più voci contemporaneamente.

I coworking manager confronteranno le loro esperienze, le istituzioni illustreranno le possibili prospettive del mercato del lavoro, coworker e partecipanti in “dialogo aperto” condivideranno nuove modalità di lavoro e collaborazioni professionali.

Essere parte attiva della nonConferenza è semplice. Ogni persona potrà esprimere la propria opinione sul mondo del lavoro e nel contempo partecipare a workshop e business speed meeting per ampliare la propria rete di contatti professionali.

Nella giornate di Espresso Coworking, al mattino vi saranno tavoli di discussione “extra-large” con ospiti, in dialogo aperto con tutti i partecipanti. Il primo pomeriggio sarà dedicato a workshop e barcamp tematici per scoprire progetti di successo a cui ispirarsi.

Espresso Coworking è anche un mix di incontri conviviali, pranzi, cena e concerto, perché si lavora bene quando si sta bene insieme!

Aspettando Espresso Coworking, la prima non-conferenza nazionale sul Coworking e il Lavoro

E' organizzata da Lab121 - associazione alessandrina di coworkers - la prima (non) conferenza nazionale di coworking, Espresso Coworking, in programma ad Alessandria nel week end del 22 e 23 settembre.

Una due-giorni con un programma densissimo di interventi, tavole rotonde, dibattiti, laboratori, barcamp in cui si discuterà di un nuovo modo di lavorare, il coworking, del suo presente e delle prospettive future.

Molti i relatori invitati a vario titolo e anche le istituzioni avranno modo di dire la loro.

La kermesse prevederà anche momenti più leggeri, come pranzi e cene conviviali e il concerto di Eusebio Martinelli & The Gipsy Abarth Orkestar.

Nella foto, i coworkers dell'Ufficio Stampa di Lab121 al lavoro per preparare la campagna sui media.

lunedì 23 luglio 2012

I sette peccati delle relazioni pubbliche. Quarto: l'approccio on/off

Quarto post della serie “I 7 peccati delle relazioni pubbliche “ per il quarto peccato nell’elenco stilato dalla Crenshaw.

Peccato no 4: L’approccio on/off. Questo errore riguarda i clienti. Alcune aziende pensano ai relatori pubblici come ad un rubinetto che possono aprire o chiudere a seconda dei bilanci o dell’andamento del business. Grande errore. Le Rp funzionano meglio come strumento di branding a lungo termine, a differenza della promozione delle vendite o della vendita diretta. Qui c’è un grande rapporto costo/opportunità. (Traduzione tratta dal sito Ferpi)

Non sono solo i relatori pubblici che sbagliano. Il quarto errore riguarda le aziende. A rigor di logica la Crenshaw avrebbe potuto scansare di inserirlo, tanto più che non usa mezze parole verso i relatori pubblici da lei definiti “dilettanti”.

E allora, i relatori pubblici devono pagare anche per i “peccati” degli altri ? Parrebbe di sì, e non solo perché lo dice la Crenshaw. Piuttosto perché gli errori di comunicazione delle aziende pesano parecchio sulla categoria che dalla comunicazione dovrebbe trarre il proprio prestigio e il proprio sostentamento.

Peccato quanto mai diffuso, soprattutto nelle realtà di dimensioni minori (ma non solo), che hanno il budget come unico criterio di riferimento, è frutto, manco a dirlo, della endemica mancanza di cultura della comunicazione organizzata che caratterizza molte aziende italiane.

Se non si mettono al centro delle politiche aziendali le relazioni con i pubblici di riferimento, i contatti con l’ambiente in cui un’organizzazione è inserita (visto che non sta sulla luna e nemmeno in mezzo a un deserto) non si arriva a comprendere che il lavoro del relatore pubblico deve essere continuativo. Le relazioni non si coltivano a singhiozzo, altrimenti non funzionano. A singhiozzo si può stampare una brochure, aggiornare un sito, emettere un comunicato stampa. Naturalmente il valore di queste azioni sporadiche risulterà molto diluito, al punto che talvolta sarà vanificato.

E allora, come fare a educare gli imprenditori a comunicare in maniera organizzata e continuativa ? Mostrando loro prima di tutto che lo si può fare a basso costo. Prima li si convince di questo, poi gli si mostra che la comunicazione funziona. Esattamente in questo ordine.

Non ha certamente costi rispondere alle e-mail che si ricevono (se vi sembra una banalità provata a contattare qualche azienda) ed è proprio il minimo che si può fare per comunicare con i propri pubblici.

Il costo che l’azienda ha sostenuto per far fare un sito con una sezione dedicata alle News si rivelerà inutile se non si provvederà ad aggiornare questa sezione, lasciandola languire mesi e anni senza contenuti.

A volte basta veramente poco per distinguersi dagli altri, come avere un profilo aziendale pronto per quando il giornalista telefona (lo fanno, anche alle piccole imprese), per quando si va in fiera, ecc. E sono necessari pochi accorgimenti per gestire l’interesse che l’azienda suscita quando comincia ad “apparire in pubblico”.

L’agenzia o il libero professionista delle relazioni pubbliche possono sottolineare ogni occasione di comunicazione, per creare continuità ed evitare le azioni spot, tanto belle quanto inutili.

venerdì 13 luglio 2012

I sette peccati dei relatori pubblici. Terzo: fare spam

Terzo post per il terzo peccato dei relatori pubblici, individuato da Dorothy Crenshaw e ripreso da Ferpi, cui si deve la traduzione riportata qui di seguito:

Peccato no: 3: Fare spam. I più disperati (o ignoranti) tra noi sono chiamati su base settimanale alla sfida definita come “innaffia e prega". Ma vale la pena ripeterlo. Non è un comportamento in assoluto sbagliato ma quantomeno è poco professionale. Un approccio personalizzato funziona sempre meglio.

Inviare comunicati stampa a pioggia anche a giornali/riviste ecc. che per l’argomento che trattano non possono essere minimamente interessati, o inviarli alla stampa di settore ma senza averli personalizzati sulla base dei lettori tipo, o ancora intasare le caselle di posta altrui con campagne di e-mail marketing fatte magari bene ma inviate al target sbagliato. Sono esempi dei casi in cui più frequentemente si spargono le notizie a pioggia sperando che qualcuno le raccolga, le giudichi degne di nota e le pubblichi.

Per il relatore pubblico “dilettante” (per usare la definizione della Crenshaw) oppure alle prime armi, consigliamo la lettura del dossier di Sergio Zicari, scaricabile qui, in cui l'autore spiega molto chiaramente come preparare un piano della comunicazione con i media e, nella fattispecie, come selezionare le testate da contattare per l’invio dei propri comunicati stampa. Il dossier è particolarmente interessante per chi lavora nelle PMI.

Anche se spesso si tratta di un peccato veniale, dovuto alla fretta o all’ansia di diffondere una notizia, o all’ingenuità che fa sopravvalutare la portata di una notizia (il dossier approfondisce anche questo aspetto), se ne può anche trarre una diversa conclusione: una mancanza di pensiero strategico da parte dell’azienda, che non è veramente interessata a individuare i suoi pubblici di riferimento rivolgendo loro messaggi mirati. Quindi si limita a diffondere comunicazioni a una via. Non importa che siano ricevute da qualcuno perché non importa avere un feed back. In queste organizzazioni il relatore pubblico è relegato al semplice ruolo di portavoce della coalizione dominante, e non è nemmeno un “peccato” suo quello di inviare comunicati stampa a pioggia, perché spesso è quanto gli viene richiesto. Nel contempo, l’unico metro di valutazione della riuscita di un intervento comunicato è l’output, la quantità di clip di giornale che riprendono la notizia.

Più che essere un peccato commesso da dilettanti, si tratta di un peccato intrinseco a una concezione della comunicazione vecchio stampo, più simile alla Press Agentry di Barnum che non alla comunicazione a due vie di Grunig. Sarà possibile non commetterlo più solo quando si sarà diffusa una maggiore cultura delle relazioni pubbliche come asset strategico delle organizzazioni, e della comunicazione come il principale strumento per costruire delle vere relazioni con i pubblici di riferimento.

martedì 10 luglio 2012

I sette peccati dei relatori pubblici. Secondo: non rispettare le deadline

Questo è il secondo post di una serie di sette, ispirati all’articolo di Dorothy Crenshaw sui 7 peccati dei relatori pubblici, tratto dal sito Ferpi.

Il secondo peccato secondo la Crenshaw è:

Non rispettare le deadline. Un’occasione mancata sui media. Una proposta inviata troppo tardi. Una buona idea partorita quando sono usciti già troppi articoli. Questa è un errore tattico. Le deadline sono sacre nel gioco delle Rp e mancarne una è un crimine punibile con l’espulsione dal business.
(traduzione del testo tratta dall’articolo di Ferpi).

Non rispettare le deadline significa molto di più che inviare i comunicati stampa in ritardo: vuole dire sostanzialmente non saper cogliere le occasioni e, peggio ancora, non vedere i rischi.

Una delle capacità che fondano l’attività del relatore pubblico è quella di tenere gli occhi e le orecchie ben aperti e il cervello attento agli stimoli del mondo esterno, in modo da approfittare delle occasioni non appena si presentano. Tra le competenze che il relatore pubblico dovrà obbligatoriamente possedere in futuro Toni Muzi Falconi indica “curiosità e inquietudine”:

E inoltre:

Una conoscenza professionale delle piattaforme dei media sociali – I professionisti devono sapere come utilizzare questi strumenti che hanno messo la vera potenza del social web a portata di tutti.

Un relatore pubblico non può più esimersi dal saper cogliere prontamente gli stimoli dell’ambiente esterno all’organizzazione (ma è indispensabile farlo anche per quello interno) e dall’essere presente e attivo là dove la gente si ritrova anche virtualmente.

Chi dorme tra quattro guanciali potrebbe farsi sfuggire delle questioni importanti: le issue che, se non affrontate in fase iniziale, quando possono essere gestite in maniera favorevole all’azienda, potrebbero con il tempo suppurare, se ignorare, e creare pericolose infezioni nel tessuto sociale e relazionale in cui l’organizzazione è inserita, costringendola al rischioso gioco di difesa della comunicazione di crisi.

Sempre Toni Muzi Falconi inserisce tra le competenze del professionista di relazioni pubbliche la capacità di raccogliere dati (desk analysis) e identificare le questioni chiave (issue analysis), come competenze non fini a se stesse ma propedeutiche all’identificazione dei pubblici di riferimento (ogni issue ha il suo pubblico) con cui l’azienda dovrà entrare in relazione. Che è poi il nucleo del suo lavoro.

mercoledì 4 luglio 2012

I 7 peccati dei relatori pubblici. Primo: promettere e non mantenere

Il portale della Federazione Relazioni Pubbliche (Ferpi) riporta in questi giorni un articolo del PR Daily scritto da Dorothy Crenshaw, secondo PR Week una delle 100 donne più influenti nel settore delle Relazioni Pubbliche.

Crenshaw elenca quelli che a suo parere sono i 7 peccati mortali del relatore pubblico, in grado, se commessi, di macchiarne la reputazione facendolo bollare come un dilettante.

Ho deciso di approfondirli uno per uno, con 7 post di seguito, per vedere se veramente si tratta di errori così terribili, quali le motivazioni, le eventuali scusanti e le contromisure per evitarli. Il testo di ogni “peccato” è stato tratto dal sito Ferpi.

Peccato no. 1:
Promettere quello che non si è certi di poter mantenere.

"Si tratta di un osso duro, perché i risultati in termini di notorietà non possono essere previsti in modo totalmente preciso. Al culmine della “battaglia”, è facile per un team di agenzia “esagerare” il potenziale ritorno sugli investimenti. A volte queste semplici aspettative sono ingigantite da lunghe trattative. Nel peggiore dei casi, si tratta di una totale incapacità di deludere le aspettative del cliente. Di solito, vi aspetta l’inferno".

Una delle difficoltà maggiori per chi si occupa di relazioni pubbliche è quella di effettuare una valutazione del proprio operato in maniera tale da giustificare al cliente o datore di lavoro (a seconda che il professionista operi autonomamente o in azienda) il ritorno dell’investimento. Quello del ROI delle relazioni pubbliche è uno degli argomenti più dibattuti degli ultimi anni. Dalla capacità di dimostrare il valore - anche e soprattutto in termini economici – del lavoro di relazioni pubbliche dipendono molte cose: la possibilità per il professionista di mantenere il cliente, il prestigio del relatore pubblico in senso individuale e come categoria, la reputazione delle relazioni pubbliche come asset strategico per il raggiungimento degli obiettivi aziendali, il budget, il numero dei collaboratori e altri vantaggi di cui il comunicatore in-house potrà disporre in futuro.

Per non commettere questo “peccato” è essenziale rapportarsi con il cliente/datore di lavoro con la massima trasparenza, chiarendo il più possibile (mettendolo anche per scritto) quelli che sono gli obiettivi di una campagna di relazioni pubbliche in generale e quello che ci si può aspettare o non aspettare da uno specifico intervento.

Attualmente le competenze relative ai metodi e modi di valutazione delle azioni di relazioni pubbliche sono tra le meno approfondite tra quelle in possesso degli operatori. Probabilmente anche tra le più trascurate a livello di formazione. Confrontiamo per esempio la proliferazione di corsi su come fare le rp con i social media con l’offerta formativa nel campo della valutazione per avere un’idea. Lavorare su questo punto sarebbe di sicuro aiuto per tanti relatori pubblici, esperti o meno.

Le aspettative elevate di molti imprenditori possono anche essere conseguenza di quella mancanza di cultura in comunicazione spesso sottolineata con rabbia e rammarico da chi fa questo lavoro e si confronta con limiti e ostacoli che prima che economici sono mentali.

Accrescere la cultura della comunicazione significa anche spendere ogni volta qualche parola in più con i clienti per effettuare un paziente lavoro di semina di idee e concetti consapevoli che solo con il tempo se ne raccoglieranno i frutti. Da evitare invece assolutamente il “peccato mortale” di esagerare di proposito i risultati per accaparrarsi il cliente, una tentazione che i più fragili e i meno onesti, in tempi di crisi e scarsità, potrebbero trovare irresistibile. Pena: non solo la perdita del cliente che, dopo una campagna sbagliata non vorrà più saperne di noi, ma l’inizio di un passaparola alquanto dannoso.

mercoledì 30 maggio 2012

Digital Pr ? Impariamo a farle da Lady Gaga

E’ la migliore community manager al mondo . Così definisce la cantante Marco Massarotto, A.D. di Hagakure e moderatore del seminario Ferpi “Digital Relations: come i social media cambiano le relazioni pubbliche”, evento del Digital Experience Festival in corso in questi giorni a Torino.

Lady Gaga, che da sola ha più follower su Twitter di quanti ne abbiano gli abitanti dell’intera Svezia, vanta una capacità straordinaria di coinvolgere milioni e milioni di fan (i suoi “little monsters”) con i tweet. Il suo segreto ? You inspire me ! Voi mi ispirate, dice loro, e se siano più loro a ispirare lei, o viceversa, non lo sappiamo. Quel che è certo è che la sentono vicina, presente, amica.

E’da lei che devono prendere esempio le aziende che vogliono creare community di fan usando i social media per intrecciare relazioni autentiche e costruttive. Considerando i loro pubblici persone, con interessi, passioni, gusti e capacità critiche, interlocutori di tutto rispetto, non solo portafogli cui attingere.

E’ il succo del dibattito che si sviluppa tra Maurizio Spagnulo, Media&Digital Marketing Director di Fiat Group Automobiles, Antonella Lanfranco, Marketing Director di Bacardi Martini e Marco Este di La Stampa. Due aziende e un editore che, con modalità spesso diverse, si sono affacciati al mondo dei social network da alcuni anni, instaurando un dialogo con i loro stakeholder.

Tutti e tre sottolineano la complessità dell’instaurare i rapporti su un piano di reciprocità e di autenticità, il notevole dispendio di tempo (le relazioni digital richiedono personale dedicato), la necessità di integrare questo tipo di comunicazione in una strategia globale. Un lavoro impegnativo ricambiato da notevoli soddisfazioni, come quando si viene a sapere che anche Marchionne segue i social network , dice Spagnulo, perché ne riconosce l’importanza.

I social network sono ancora, per la maggior parte di noi, uno strumento in gran parte sconosciuto, lo provano le difficoltà di convincere la forza vendita della bontà di fare pubblicità su Facebook anziché sulle reti televisive - racconta Antonella Lanfranco – perché il pubblico giovane si è spostato lì e lì va raggiunto.

Sono anche un formidabile strumento di informazione per i giornalisti, secondo Marco Este, Twitter in testa. La Stampa online ha già sfruttato l’opportunità: per esempio quando la photogallery sulla festa per il ritorno in A del Toro è stata costruita selezionando le migliori foto inviate con i tweet.

Bello e complicato il rapporto con i blogger, i più influenti sono invitati alle conferenze stampa, spiega la Lanfranco, ma di tutti deve essere valutata la credibilità, sottolinea Spagnuolo, mentre per la stampa è cruciale distinguere le notizie vere da quelle false, fa presente Este.

martedì 8 maggio 2012

Twitter e Barbera, comunicare il vino in modo innovativo

Si può senz’altro definire innovativa, e decisamente all’avanguardia per una PMI, l’attività di comunicazione portata avanti da Gianluca Morino, imprenditore vitivinicolo del Monferrato, proprietario dell’azienda agricola Cascina Garitina e Presidente dell’Associazione Produttori della Barbera Superiore Nizza.

Morino ha raccontato la sua avventura nella comunicazione per i soci di Lab121 venerdì scorso, durante un incontro (seguito da una degustazione dei suoi prodotti) tenuto insieme alla sua consulente di marketing e comunicazione Monica Pisciella, specializzata nel settore wine & food. Da questo sodalizio, nato su Twitter dopo che Gianluca aveva scoperto e studiato le potenzialità del social network per alcuni mesi, si è originato l’evento Barbera2, cuore pulsante della comunicazione di Cascina Garitina.

Gianluca e Monica si sono trovati a condividere molte idee sul modo più opportuno per comunicare il vino e su come si dovesse cominciare a farlo in maniera diversa da come era sempre stato fatto.

Innanzitutto credono entrambi nella necessità di creare con il consumatore finale una relazione disintermediata, lasciando perdere il linguaggio tecnico tanto caro agli enologi e ai sommelier quanto incomprensibile agli acquirenti che mettono il vino sulle proprie tavole. Da qui la necessità di entrare in contatto diretto con la clientela acquisita e potenziale, e l’opportunità straordinaria rappresentata dal social network più veloce e immediato, il più efficace secondo Morino: Twitter diventa il cardine della loro strategia.

E‘ Twitter che ha permesso l’organizzazione e il successo di Barbera2, ideato nell’ottobre 2010 e concretizzato nel maggio 2011 presso il Foro Boario di Nizza Monferrato (AT), nel quale Morino ha creduto fino a sponsorizzarlo interamente.

Grazie ai tweet sono stati reperiti molti dei 100 degustatori, perché la seconda idea innovativa è stata quella di selezionare un pubblico attento al web, interessato in particolare ai social media, e ancora di più a Twitter. Lo afferma Monica Pisciella illustrando come questo network ben si presti a realizzare i valori che si è voluto mettere a fondamento dell’evento: confronto e apertura (significativo anche che la manifestazione sia stata trasmessa in streaming).

La terza innovazione introdotta è l’accento sul dialogo tra i partecipanti: Twitter è stato usato non solo per incentivare la loro relazione con l’azienda, ma anche per incoraggiare i rapporti fra di loro, valorizzati come persone nella propria individualità: di ognuno è stato pubblicato sul sito un profilo con la foto, le caratteristiche e gli interessi, e tutte le persone sono state tenute costantemente aggiornate con i tweet, quasi accompagnate per mano, fino all’inizio dell’evento. Dove tutti sedevano al tavolo delle degustazioni, ognuno con i suoi 10 bicchieri per assaggiare uno dopo l’altro i vini presentati, 5 tipi di Barbera piemontese e 5 californiani.

La partecipazione dei vignaioli d’oltre Oceano ha dato un respiro internazionale alla manifestazione, che si è protratta idealmente il mese seguente con il 2011 Barbera Festival, svoltosi proprio in California presso il Cooper Ranch nella Shenandoah Valley, il cui proprietario Dick Cooper è il numero uno per la produzione di questo vino, simile e allo stesso tempo diverso da quello piemontese, grazie alle specificità del terroir locale.

Di rottura con la consuetudine, che le vuole solitamente escluse dalle degustazioni, è anche l’apertura alle donne, che rappresentano il 52 % degli acquirenti di vino - pertanto tra gli stakeholder principali delle aziende produttrici - che sono state scelte in tale proporzione tra i 100 partecipanti alle degustazioni.

Il prezioso patrimonio relazionale creato con i partecipanti (le centinaia e centinaia di intervenuti oltre alle persone coinvolte nelle degustazioni) viene mantenuto grazie all’organizzazione di altri eventi minori sul tema e a un intenso lavoro online sempre condotto con Twitter.