lunedì 21 gennaio 2013

E' uscita la rivista E-Cowork, dell'ufficio stampa di lab121


E' stata presentata ai soci di lab121 in occasione del brindisi natalizio la rivista E-Cowork, numero unico dedicato alla nonConferenza EspressoCoworking tenutasi a settembre.

La rivista è redatta dall'ufficio stampa di lab121, costituitosi la scorsa estate nel periodo che ha preceduto l'evento di settembre, per organizzarne la comunicazione.

Come recita il sottotitolo, "una rete di lavoro condiviso", le tematiche trattate negli articoli si incentrano su nuove tendenze lavorative, collaborazione, condivisione, già dibattuti nella nonConferenza. Sono inoltre presenti le interviste ai 30 relatori che hanno preso parte, così come cronache e commenti di altri momenti collaterali dell'evento.



L'ufficio stampa di lab121 è composto, oltre che dalla sottoscritta, da Claudio Braggio, Stefania Burra, Irene Cerruti e Simonetta Pozzi.
 

mercoledì 10 ottobre 2012

I sette peccati delle relazioni pubbliche. Settimo: complicare il linguaggio


L'ultimo della serie di errori che, secondo la Crenshaw, bollano i relatori pubblici come dilettanti è il Peccato no. 7: Complicare il linguaggio. Purtroppo, questa pessima pratica non si limita ai dilettanti. Invece di “unico”, “integrato”, “leader nel settore”, “soluzione strategica”, possiamo imparare a scrivere e parlare utilizzando parole più semplici e potenti? Beati coloro che comunicano in modo chiaro. (traduzione tratta dal sito Ferpi).

Come non essere d’accordo ? Proprio come sostiene l’autrice, si tratta di un peccato diffusissimo. Quante volte abbiamo evitato di usare questi termini in comunicati stampa, articoli, presentazioni per trovarceli in seguito inseriti ? (magari da qualcuno che per questo avrà giudicato il nostro stile troppo dimesso…). Quante aziende che a mala pena sopravvivono si autodefiniscono “leader di settore” ? Per saperlo basta inserire le frasi fatte su Google…

Il parere più autorevole in materia di semplificazione del linguaggio è  quello di Luisa Carrada, autrice di Il mestiere di scrivere che nel suo blog è tornata sull’argomento svariate volte. Vale la pena di citare alcuni suoi post (di cui riporto solo una parte, consigliandone però la lettura completa).  Sul sito ce ne sono molti altri, si trovano con i tag Ferri del mestiere e Lingua italiana. 


“Nella mia black list personale di parole da non usare ce ne sono parecchie e in questo passaggio d’anno ce ne butto altre due, usatissime nella comunicazione aziendale e inutili nel 95% dei casi.
Sono i verbi procedere e provvedere, seguiti da un verbo all’infinito o da un sostantivo:
provvedere al pagamento > pagare
procedere all’invio > inviare
Cominciate a farci caso e a toglierli. Le frasi saranno più brevi e più semplici, ma soprattutto più eleganti.
Less is more: era il motto di 
Mies van der Rohe
, creatore di architetture essenziali e leggerissime, slanciate verso il cielo.”

Chissà, forse il burocratese che abbonda nel linguaggio di altre funzioni aziendali (amministrazione, segreteria...) ha contagiato anche i comunicatori, che invece dovrebbero essere abituati a un linguaggio sintetico, tratto dal giornalismo.

In Insidiosi e formali aggettivi:

“Nella comunicazione di impresa, soprattutto quella di marketing, gli aggettivi sono una questione abbastanza spinosa.
In primo luogo perché la tendenza è quella di metterne troppi: perché rinunciare ad aggiungerne uno o due, almeno per arrivare al fatidico numero tre?
Un prodotto informatico non può che essere (almeno) flessibile, integrato e friendly.
Un servizio (qualsiasi) è (altamente) professionale, affidabile, tempestivo.
Uno stracchino morbido, gustoso e leggero.
Un bagnoschiuma delicato, profumato e rigenerante.
Poi ci sono aggettivi che viaggiano incollati a determinati sostantivi:

stimolante prefazione
prezioso suggerimento
suggestiva veduta
fattiva collaborazione
attiva partecipazione
significativa importanza
ambizioso obiettivo
eventuali ulteriori chiarimenti
opportuno approfondimento
esemplare comportamento
istruzioni operative

Il messaggio che implicitamente mandano è di brochureware o marketese, comunque di qualcosa di standard e scontato.”


Sa molto di copiato (dai testi altrui). Mancanza di fantasia, di capacità ?
Il rischio è di dare l’impressione, per chi pubblicizza questi prodotti/servizi, di essere il primo a non essere convinto dei pregi che decanta.




sabato 22 settembre 2012

Espresso Coworking going on...

E' in corso Espresso Coworking, la prima nonConferenza nazionale sul Coworking e il Lavoro, ad Alessandria, presso la Casa di Quartiere di Via Verona. I lavori occuperanno tutto il week end. Una trentina i relatori da tutta Italia, fra rappresentanti delle istituzioni, coworking manager, professori universitari, fondatori di network di imprese, liberi professionisti che quortidianamente vivono e promuovono il coworking con la loro attività professionale. 

Questa mattina tavole rotonde, sulle prospettive del coworking e il futuro dei lavoratori a partita IVA, con la partecipazione dei rappresentati dell'ACTA, l'associazione che riunisce i lavoratori del terziario avanzato.

Nel pomeriggio barcamp e workshop su tematiche proposte dai partecipanti.

EspressoCoworking è organizzato da lab121, community alessandrina di coworking, che in circa due anni di vita ha riunito oltre 300 soci.

lunedì 6 agosto 2012

I 7 peccati delle relazioni pubbliche: Sesto: confondere relazioni pubbliche e comunicati stampa




Il penultimo peccato della sua serie di 7, che la Crewshaw stigmatizza in un articolo tradotto sul sito Ferpi richiama un modus operandi purtroppo molto diffuso da certe agenzie di comunicazione:

Peccato no. 6: Pensare che Rp sia uguale a comunicato stampa. Una delle cose che mi irrita di più sono i clienti o le aziende che equiparano un programma di relazioni pubbliche a un flusso di notizie ottimizzate per i motori di ricerca pubblicate a pagamento . Non lo è e l’acquirente che opera così si sminuisce. (traduzione mia).

Ci riempie la bocca parlando di SEO per propinare all’ignaro cliente, che spesso di relazioni pubbliche non sa molto e di SEO ancora meno, l’idea (ovviamente presentata come “innovativa”) di sfornare una serie di comunicati stampa zeppi di parole chiave in modo che Google li spari ai primi posti. Pazienza se il contenuto non ne è all’altezza.

Ora, se le tecniche SEO sono utili, e spesso indispensabili per talune realtà (pensiamo ai negozi online che vendono tutti le stesse cose e che hanno come unica possibilità per battere la concorrenza quella di farsi trovare prima dall’acquirente), nelle relazioni pubbliche le cose cambiano un po’.

Dato che stiamo parlando di comunicato stampa e non di annuncio pubblicitario, si suppone che in questo caso non si debba vendere (direttamente). Il comunicato stampa serve – lo dice il suo nome –per comunicare qualcosa. A qualcuno. Il “qualcuno” non è“tutti”, è un interlocutore selezionato, che trova l’informazione non perché è al primo posto nei motori di ricerca, ma perché gli è stata inviata lì dove lui si trova. Che significa, semplicemente, utilizzare i canali (portali, siti, blog, ecc.) che l’interlocutore legge. In questo modo le informazioni da comunicare arriveranno a destinazione, anziché perdersi tra tanti articoli tutti uguali e tutti a turno in cima ai motori, ma che nessuno legge perché inviati a casaccio.






venerdì 3 agosto 2012

Il quinto peccato delle relazioni pubbliche: abusare del peso pubblicitario




Quinto post per la serieI 7 peccati delle relazioni pubbliche” tratto dall’articolo di Dorothy Crenshaw pubblicato su PrDaily e tradotto da Ferpi per il proprio sito.

Peccato no 5: Usare (o abusare) del peso pubblicitario. La maggior parte dei professionisti ha un aneddoto su un cliente che insiste nel cercare di sfruttare l’acquisto di spazi pubblicitari per generare una copertura editoriale, o che minaccia di ritirare una pianificazione se il pezzo non è almeno positivo. La verità è che questo può funzionare, ma raramente vale il costo in termini di relazione. Ed è noto che spesso questa modalità di azione finisce col ritorcersi contro chi la mette in atto.
(traduzione Ferpi)

Qui c'è più di un peccatore, e una parte di “colpa” ricade sulle spalle dei media che offrono la possibilità di pubblicare notizie gratuite alle aziende che acquistano spazi pubblicitari. E’ il caso delle riviste di settore, che hanno un pubblico molto selezionato, composto dagli operatori professionali legati al settore di riferimento. Le pagine di queste riviste si caratterizzano per alcuni articoli ad alto contenuto tecnico, scritti da giornalisti competenti nella materia e da una serie nutrita di contenuti forniti dalle aziende inserzioniste. Alcuni sono validi e interessanti per chi è nel campo, altri sono a sfondo più divulgativo ma comunque possono essere utili per qualcuno. Dato il taglio chiaramente professionale di queste pubblicazioni e la tiratura limitata, non c’è proprio niente da scandalizzarsi se la possibilità di pubblicare articoli è offerta dietro l'acquisto di spazi pubblicitari. L’unico modo per queste pubblicazioni, che comunque sono utili per una categoria di persone, è quella di alimentarsi vendendo spazi pubblicitari e publi-redazionali. E' una regola del settore, punto. Chi legge e scrive su queste riviste la conosce e la accetta.

Il peccato sarebbe piuttosto limitarsi ad acquistare spazi pubblicitari o a pubblicare redazionali senza sfruttare adeguatamente – in termini di comunicazione – la ricaduta che la pubblicità genera.

Per sapere come farlo, segnalo i seguenti post, che approfondiscono l’argomento e propongono soluzioni concrete.





domenica 29 luglio 2012

Il comunicato stampa uffciale di Lab121 per Espresso Coworking

Espresso Coworking

Prima nonConferenza nazionale di coworking e lavoro

Sabato 22 e domenica 23 Settembre 2012 – Alessandria

Condividere conoscenze, strumenti e progetti, questi i valori fondanti del coworking e l’oggetto della nonConferenza nazionale, che nelle giornate di sabato 22 e domenica 23 settembre in Alessandria darà voce ai temi di “coworking e lavoro”.

I membri delle comunità di coworking, i freelance, le imprese e tutti coloro che desiderano un nuovo modo di lavorare, si danno appuntamento a Espresso Coworking per innescare opportunità, attivare reti multi-professionali e processi di lavoro innovativi.

Come un megafono permette a una sola persona di far sentire forte la propria voce, Espresso Coworking farà sentire forte e chiaro più voci contemporaneamente.

I coworking manager confronteranno le loro esperienze, le istituzioni illustreranno le possibili prospettive del mercato del lavoro, coworker e partecipanti in “dialogo aperto” condivideranno nuove modalità di lavoro e collaborazioni professionali.

Essere parte attiva della nonConferenza è semplice. Ogni persona potrà esprimere la propria opinione sul mondo del lavoro e nel contempo partecipare a workshop e business speed meeting per ampliare la propria rete di contatti professionali.

Nella giornate di Espresso Coworking, al mattino vi saranno tavoli di discussione “extra-large” con ospiti, in dialogo aperto con tutti i partecipanti. Il primo pomeriggio sarà dedicato a workshop e barcamp tematici per scoprire progetti di successo a cui ispirarsi.

Espresso Coworking è anche un mix di incontri conviviali, pranzi, cena e concerto, perché si lavora bene quando si sta bene insieme!

Aspettando Espresso Coworking, la prima non-conferenza nazionale sul Coworking e il Lavoro

E' organizzata da Lab121 - associazione alessandrina di coworkers - la prima (non) conferenza nazionale di coworking, Espresso Coworking, in programma ad Alessandria nel week end del 22 e 23 settembre.

Una due-giorni con un programma densissimo di interventi, tavole rotonde, dibattiti, laboratori, barcamp in cui si discuterà di un nuovo modo di lavorare, il coworking, del suo presente e delle prospettive future.

Molti i relatori invitati a vario titolo e anche le istituzioni avranno modo di dire la loro.

La kermesse prevederà anche momenti più leggeri, come pranzi e cene conviviali e il concerto di Eusebio Martinelli & The Gipsy Abarth Orkestar.

Nella foto, i coworkers dell'Ufficio Stampa di Lab121 al lavoro per preparare la campagna sui media.

lunedì 23 luglio 2012

I sette peccati delle relazioni pubbliche. Quarto: l'approccio on/off

Quarto post della serie “I 7 peccati delle relazioni pubbliche “ per il quarto peccato nell’elenco stilato dalla Crenshaw.

Peccato no 4: L’approccio on/off. Questo errore riguarda i clienti. Alcune aziende pensano ai relatori pubblici come ad un rubinetto che possono aprire o chiudere a seconda dei bilanci o dell’andamento del business. Grande errore. Le Rp funzionano meglio come strumento di branding a lungo termine, a differenza della promozione delle vendite o della vendita diretta. Qui c’è un grande rapporto costo/opportunità. (Traduzione tratta dal sito Ferpi)

Non sono solo i relatori pubblici che sbagliano. Il quarto errore riguarda le aziende. A rigor di logica la Crenshaw avrebbe potuto scansare di inserirlo, tanto più che non usa mezze parole verso i relatori pubblici da lei definiti “dilettanti”.

E allora, i relatori pubblici devono pagare anche per i “peccati” degli altri ? Parrebbe di sì, e non solo perché lo dice la Crenshaw. Piuttosto perché gli errori di comunicazione delle aziende pesano parecchio sulla categoria che dalla comunicazione dovrebbe trarre il proprio prestigio e il proprio sostentamento.

Peccato quanto mai diffuso, soprattutto nelle realtà di dimensioni minori (ma non solo), che hanno il budget come unico criterio di riferimento, è frutto, manco a dirlo, della endemica mancanza di cultura della comunicazione organizzata che caratterizza molte aziende italiane.

Se non si mettono al centro delle politiche aziendali le relazioni con i pubblici di riferimento, i contatti con l’ambiente in cui un’organizzazione è inserita (visto che non sta sulla luna e nemmeno in mezzo a un deserto) non si arriva a comprendere che il lavoro del relatore pubblico deve essere continuativo. Le relazioni non si coltivano a singhiozzo, altrimenti non funzionano. A singhiozzo si può stampare una brochure, aggiornare un sito, emettere un comunicato stampa. Naturalmente il valore di queste azioni sporadiche risulterà molto diluito, al punto che talvolta sarà vanificato.

E allora, come fare a educare gli imprenditori a comunicare in maniera organizzata e continuativa ? Mostrando loro prima di tutto che lo si può fare a basso costo. Prima li si convince di questo, poi gli si mostra che la comunicazione funziona. Esattamente in questo ordine.

Non ha certamente costi rispondere alle e-mail che si ricevono (se vi sembra una banalità provata a contattare qualche azienda) ed è proprio il minimo che si può fare per comunicare con i propri pubblici.

Il costo che l’azienda ha sostenuto per far fare un sito con una sezione dedicata alle News si rivelerà inutile se non si provvederà ad aggiornare questa sezione, lasciandola languire mesi e anni senza contenuti.

A volte basta veramente poco per distinguersi dagli altri, come avere un profilo aziendale pronto per quando il giornalista telefona (lo fanno, anche alle piccole imprese), per quando si va in fiera, ecc. E sono necessari pochi accorgimenti per gestire l’interesse che l’azienda suscita quando comincia ad “apparire in pubblico”.

L’agenzia o il libero professionista delle relazioni pubbliche possono sottolineare ogni occasione di comunicazione, per creare continuità ed evitare le azioni spot, tanto belle quanto inutili.

venerdì 13 luglio 2012

I sette peccati dei relatori pubblici. Terzo: fare spam

Terzo post per il terzo peccato dei relatori pubblici, individuato da Dorothy Crenshaw e ripreso da Ferpi, cui si deve la traduzione riportata qui di seguito:

Peccato no: 3: Fare spam. I più disperati (o ignoranti) tra noi sono chiamati su base settimanale alla sfida definita come “innaffia e prega". Ma vale la pena ripeterlo. Non è un comportamento in assoluto sbagliato ma quantomeno è poco professionale. Un approccio personalizzato funziona sempre meglio.

Inviare comunicati stampa a pioggia anche a giornali/riviste ecc. che per l’argomento che trattano non possono essere minimamente interessati, o inviarli alla stampa di settore ma senza averli personalizzati sulla base dei lettori tipo, o ancora intasare le caselle di posta altrui con campagne di e-mail marketing fatte magari bene ma inviate al target sbagliato. Sono esempi dei casi in cui più frequentemente si spargono le notizie a pioggia sperando che qualcuno le raccolga, le giudichi degne di nota e le pubblichi.

Per il relatore pubblico “dilettante” (per usare la definizione della Crenshaw) oppure alle prime armi, consigliamo la lettura del dossier di Sergio Zicari, scaricabile qui, in cui l'autore spiega molto chiaramente come preparare un piano della comunicazione con i media e, nella fattispecie, come selezionare le testate da contattare per l’invio dei propri comunicati stampa. Il dossier è particolarmente interessante per chi lavora nelle PMI.

Anche se spesso si tratta di un peccato veniale, dovuto alla fretta o all’ansia di diffondere una notizia, o all’ingenuità che fa sopravvalutare la portata di una notizia (il dossier approfondisce anche questo aspetto), se ne può anche trarre una diversa conclusione: una mancanza di pensiero strategico da parte dell’azienda, che non è veramente interessata a individuare i suoi pubblici di riferimento rivolgendo loro messaggi mirati. Quindi si limita a diffondere comunicazioni a una via. Non importa che siano ricevute da qualcuno perché non importa avere un feed back. In queste organizzazioni il relatore pubblico è relegato al semplice ruolo di portavoce della coalizione dominante, e non è nemmeno un “peccato” suo quello di inviare comunicati stampa a pioggia, perché spesso è quanto gli viene richiesto. Nel contempo, l’unico metro di valutazione della riuscita di un intervento comunicato è l’output, la quantità di clip di giornale che riprendono la notizia.

Più che essere un peccato commesso da dilettanti, si tratta di un peccato intrinseco a una concezione della comunicazione vecchio stampo, più simile alla Press Agentry di Barnum che non alla comunicazione a due vie di Grunig. Sarà possibile non commetterlo più solo quando si sarà diffusa una maggiore cultura delle relazioni pubbliche come asset strategico delle organizzazioni, e della comunicazione come il principale strumento per costruire delle vere relazioni con i pubblici di riferimento.

martedì 10 luglio 2012

I sette peccati dei relatori pubblici. Secondo: non rispettare le deadline

Questo è il secondo post di una serie di sette, ispirati all’articolo di Dorothy Crenshaw sui 7 peccati dei relatori pubblici, tratto dal sito Ferpi.

Il secondo peccato secondo la Crenshaw è:

Non rispettare le deadline. Un’occasione mancata sui media. Una proposta inviata troppo tardi. Una buona idea partorita quando sono usciti già troppi articoli. Questa è un errore tattico. Le deadline sono sacre nel gioco delle Rp e mancarne una è un crimine punibile con l’espulsione dal business.
(traduzione del testo tratta dall’articolo di Ferpi).

Non rispettare le deadline significa molto di più che inviare i comunicati stampa in ritardo: vuole dire sostanzialmente non saper cogliere le occasioni e, peggio ancora, non vedere i rischi.

Una delle capacità che fondano l’attività del relatore pubblico è quella di tenere gli occhi e le orecchie ben aperti e il cervello attento agli stimoli del mondo esterno, in modo da approfittare delle occasioni non appena si presentano. Tra le competenze che il relatore pubblico dovrà obbligatoriamente possedere in futuro Toni Muzi Falconi indica “curiosità e inquietudine”:

E inoltre:

Una conoscenza professionale delle piattaforme dei media sociali – I professionisti devono sapere come utilizzare questi strumenti che hanno messo la vera potenza del social web a portata di tutti.

Un relatore pubblico non può più esimersi dal saper cogliere prontamente gli stimoli dell’ambiente esterno all’organizzazione (ma è indispensabile farlo anche per quello interno) e dall’essere presente e attivo là dove la gente si ritrova anche virtualmente.

Chi dorme tra quattro guanciali potrebbe farsi sfuggire delle questioni importanti: le issue che, se non affrontate in fase iniziale, quando possono essere gestite in maniera favorevole all’azienda, potrebbero con il tempo suppurare, se ignorare, e creare pericolose infezioni nel tessuto sociale e relazionale in cui l’organizzazione è inserita, costringendola al rischioso gioco di difesa della comunicazione di crisi.

Sempre Toni Muzi Falconi inserisce tra le competenze del professionista di relazioni pubbliche la capacità di raccogliere dati (desk analysis) e identificare le questioni chiave (issue analysis), come competenze non fini a se stesse ma propedeutiche all’identificazione dei pubblici di riferimento (ogni issue ha il suo pubblico) con cui l’azienda dovrà entrare in relazione. Che è poi il nucleo del suo lavoro.