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mercoledì 30 maggio 2012

Digital Pr ? Impariamo a farle da Lady Gaga

E’ la migliore community manager al mondo . Così definisce la cantante Marco Massarotto, A.D. di Hagakure e moderatore del seminario Ferpi “Digital Relations: come i social media cambiano le relazioni pubbliche”, evento del Digital Experience Festival in corso in questi giorni a Torino.

Lady Gaga, che da sola ha più follower su Twitter di quanti ne abbiano gli abitanti dell’intera Svezia, vanta una capacità straordinaria di coinvolgere milioni e milioni di fan (i suoi “little monsters”) con i tweet. Il suo segreto ? You inspire me ! Voi mi ispirate, dice loro, e se siano più loro a ispirare lei, o viceversa, non lo sappiamo. Quel che è certo è che la sentono vicina, presente, amica.

E’da lei che devono prendere esempio le aziende che vogliono creare community di fan usando i social media per intrecciare relazioni autentiche e costruttive. Considerando i loro pubblici persone, con interessi, passioni, gusti e capacità critiche, interlocutori di tutto rispetto, non solo portafogli cui attingere.

E’ il succo del dibattito che si sviluppa tra Maurizio Spagnulo, Media&Digital Marketing Director di Fiat Group Automobiles, Antonella Lanfranco, Marketing Director di Bacardi Martini e Marco Este di La Stampa. Due aziende e un editore che, con modalità spesso diverse, si sono affacciati al mondo dei social network da alcuni anni, instaurando un dialogo con i loro stakeholder.

Tutti e tre sottolineano la complessità dell’instaurare i rapporti su un piano di reciprocità e di autenticità, il notevole dispendio di tempo (le relazioni digital richiedono personale dedicato), la necessità di integrare questo tipo di comunicazione in una strategia globale. Un lavoro impegnativo ricambiato da notevoli soddisfazioni, come quando si viene a sapere che anche Marchionne segue i social network , dice Spagnulo, perché ne riconosce l’importanza.

I social network sono ancora, per la maggior parte di noi, uno strumento in gran parte sconosciuto, lo provano le difficoltà di convincere la forza vendita della bontà di fare pubblicità su Facebook anziché sulle reti televisive - racconta Antonella Lanfranco – perché il pubblico giovane si è spostato lì e lì va raggiunto.

Sono anche un formidabile strumento di informazione per i giornalisti, secondo Marco Este, Twitter in testa. La Stampa online ha già sfruttato l’opportunità: per esempio quando la photogallery sulla festa per il ritorno in A del Toro è stata costruita selezionando le migliori foto inviate con i tweet.

Bello e complicato il rapporto con i blogger, i più influenti sono invitati alle conferenze stampa, spiega la Lanfranco, ma di tutti deve essere valutata la credibilità, sottolinea Spagnuolo, mentre per la stampa è cruciale distinguere le notizie vere da quelle false, fa presente Este.

lunedì 23 aprile 2012

Breve intervista su Lab121

Questa volta è toccato a me essere intervistata, brevemente, da Lab121. L'associazione di coworking di cui sono socia ha voluto sapere il mio parere sul corso Social Network per aziende e freelance di cui ho frequentato la prima edizione, restandone soddisfatta. Il corso, tenuto da Gianni Porzio di Euronet, sarò replicato a breve. Qui l'intervista.

martedì 13 marzo 2012

Condividere la conoscenza. I corsi di Lab121

Sto frequentando, presso Lab121, l’associazione alessandrina di coworking di cui sono socia, un corso di aggiornamento in Social Network per aziende e freelance.

Tenuto da Gianni Porzio di Euronet, web agency della nostra zona, il corso esplora le potenzialità dei social network non come luoghi di futili chiacchiere, come spesso sono (mal) intesi, ma come mezzi di promozione dell’attività di aziende e professionisti.
E' una delle proposte del nutrito catalogo di corsi in Comunicazione e immagine professionale, riuniti sotto lo slogan "lo scambio della conoscenza", nello spirito di condivisione delle esperienze che caratterizza Lab121.

domenica 12 febbraio 2012

Sono entrata a far parte di Lab121


Dall’inizio dell’anno sono socia di Lab121, associazione alessandrina di coworking.

La migliore presentazione di Lab121 la si trova sulla home page del sito:

"lab121 porta nel nome le ultime tre cifre del codice postale di Alessandria, dove è nato per sostenere il territorio e la comunità , per contribuire allo sviluppo di una qualità di vita migliore, per rilanciare una economia sostenibile, e per favorire l'incontro dei membri attivi della comunità.

lab121 è un'associazione di promozione sociale finalizzata allo sviluppo della cultura del coworking e del business networking.

lab121 è una concreta risposta a chi desidera strumenti efficaci per intraprendere il proprio cammino professionale in autonomia.

Promuove il coworking al fine di generare progetti, partnership, soluzioni innovative, imprenditoria e business.

Diffonde la "contaminazione lavorativa" attraverso il dialogo tra i professionisti, le imprese e gli enti locali.

Gestisce un Centro di Coworking per neolaureati, professionisti, freelance, imprese, enti profit e no-profit, all’interno del quale sviluppare e realizzare idee, condividere progetti e competenze, lavorare in un ambiente confortevole e stimolante, attivo e sereno.

lab121 sostiene idee e progetti per far nascere start up, incentiva la collaborazione tra professionisti e aziende, offre ai soci uno spazio dove esporre i loro progetti e le loro opere, offre alle Aziende la possibilità di scoprire e sostenere progetti e talenti, organizza corsi di formazione e aggiornamento sui temi del mercato del lavoro e supporta gli associati nella ricerca di volontari, fondi, donatori e imprese."

Qui trovate la mia pagina su Lab121.org

martedì 5 aprile 2011

Gestire la sezione News del sito di una piccola impresa BtoB


Mi è capitato svariate volte di visitare siti di piccole imprese il cui menù comprenda la sezione News. Cliccando sul link, però, si accede quasi sempre a una pagina con scritte del tipo “coming soon”, “sezione in allestimento”, talvolta addirittura “prova” o “pagina di prova”. Tornata a visitare lo stesso sito a distanza di tempo (mesi, a volte un anno, talvolta di più), ritrovo la sezione tale e quale.

Frutto dell’entusiasmo del momento, di buoni propositi non mantenuti e, soprattutto credo, dei consigli dell’agenzia che ha preparato il sito senza preoccuparsi di chiarire ai propri interlocutori che l’allestimento sarebbe poi toccato a loro, le sezioni News vuote stendono sull’immagine dell’azienda un velo di sciatteria. Parrebbe quasi che in azienda non ci sia nessuno, come in una casa con le tapparelle perennemente abbassate.

Il primo consiglio che mi verrebbe da dare, alle Aziende che hanno una sezione News vuota da parecchio tempo, è quello di eliminarla. Se non si hanno notizie da dare, meglio lasciar perdere.

Sarebbe però un’occasione di comunicazione persa, tra l’altro un’occasione a buon mercato, molto meno impegnativa da tutti i punti di vista di altri interventi di comunicazione.

Il problema è che spesso, quando l’azienda produce prodotti industriali è più difficile identificare ciò che può fare notizia, e così le News restano vuote.

In realtà gli argomenti che possono essere adatti non sono pochi e, sfruttati sapientemente, permettono di avere delle News sempre aggiornate. Va da sé che non è necessario sfornare notizie al ritmo di un quotidiano o di un settimanale: una notizia fresca al mese è sufficiente per togliere al sito l’aria di abbandono. Una volta al mese sono 12 notizie all’anno, 11 se si esclude il mese di agosto. Non esattamente una missione impossibile.

Ecco un elenco di argomenti che possono costituire una notizia per un’azienda che opera nel business to business. Può essere utile tenerlo a portata di mano per non lasciarsi sfuggire l’occasione, nel momento in cui dovesse presentarsi.

1. Immissione di un nuovo prodotto sul mercato. Se ne spiegheranno in breve i vantaggi per gli acquirenti, lasciando i dati tecnici alle schede e ai manuali operativi. Conviene tenere a mente che la sezione News funziona anche da Press Room, cioè da serbatoio di notizie per i giornalisti. Le notizie, per essere tali, devono essere interessanti per loro.

2. Introduzione di nuovi macchinari nella produzione e relativi vantaggi per i clienti (se vi viene la tentazione di inserire troppi dati tecnici leggete sopra).

3. Aumento straordinario della produzione (eventualmente spiegandone il motivo, es. commessa straordinaria da parte di un grosso cliente, ecc).

4. Apertura di nuovi mercati esteri.

5. Nuovi modi di utilizzare i macchinari, innovazioni tecnologiche, sempre dal punto di vista del cliente.

6. Crescita dell’azienda in generale (aumento del fatturato, aumento del numero dei clienti, nuove assunzioni).

7. Partecipazioni a fiere (oltre a indicare in maniera completa località, padiglione e stand, la notizia dovrebbe possibilmente comprendere qualche anticipazione su quello che sarà possibile vedere presso lo stand aziendale).

8. Indicazione dei periodi di chiusura per ferie, stagionalità, o altro.

9. Collaborazioni con altre aziende per la realizzazione di progetti.

10. Collaborazioni con università e enti di ricerca.

11. Acquisizione di nuova certificazione.

12. Premi e riconoscimenti conferiti all’azienda.

13. Anniversari (es. 50esimo della fondazione, 10 anni dall’ingresso nel mercato russo, ecc).

14. Trasferimenti di sede.

15. Aperture di filiali.

16. Presentazione di nuovi Rivenditori.

17. Presentazione di nuovi agenti.

18. Utilizzi in occasioni particolari di macchinari prodotti dall’azienda (es. elettropompa utilizzata per estrarre l’acqua dai pozzi di un villaggio in Africa, oppure escavatrice impiegata nella ricostruzione di un edificio scolastico durante la ricostruzione del dopo-terremoto).

19. Eventuali citazioni ottenute da tesi discusse da studenti (si presuppone che l’azienda abbia collaborato fornendo del materiale informativo utile alla tesi).

20. Riproduzione di articoli di riviste di settore o articoli di giornali che abbiano parlato dell’azienda (rassegna stampa).

21. Partecipazioni a missioni all’estero.

22. Nuova iscrizione dell’azienda a un’ associazione di categoria.

23. Partecipazioni dell’azienda a eventi associativi.

24. Interventi a favore della salvaguardia dell’ambiente.

25. Ingresso in azienda della terza generazione (per le aziende familiari).

26. Passaggio di consegne dal padre al figlio alla guida dell’azienda (sempre per le aziende familiari).

27. Arrivo in azienda di un manager piuttosto conosciuto.

28. 80esimo compleanno del fondatore dell’azienda, ancora attivo.

Non è necessario che l’esposizione della notizia sia lunga, mentre è preferibile che sia il più completa possibile. Soprattutto deve essere scritta in maniera da poter avere interesse per chi è all’esterno dell’azienda. Attenzione quindi a evitare il gergo aziendale e il burocratese e, se si parla di prodotti, è utile ancora una volta sottolineare che è bene lasciare perdere l’elenco dei dati tecnici, che qui sarebbero inutili pedanterie. Anche se la notizia dovesse capitare sotto gli occhi di un tecnico, sarà eventualmente lui a contattarvi se interessato. Concentratevi invece sul perché la notizia del lancio del prodotto è interessante e quali vantaggi può portare ai futuri acquirenti e clienti.

Infine, se in azienda nessuno ha il tempo o le competenze per scrivere, non esitate a contattare un redattore esterno.

lunedì 11 ottobre 2010

E’ una buona idea aprire un blog per una piccola azienda ?

In epoca di crisi in cui il budget dedicato alla comunicazione è la prima voce a essere defalcata dai bilanci, aprire un blog aziendale può sembrare una buona idea per riuscire a comunicare con poca o nulla spesa.

Apparentemente l’operazione è a costo zero: la piattaforma è offerta gratuitamente, non ci sono costi di pubblicazione, ecc.

Ma la risposta alla domanda nel titolo, nella maggior parte dei casi, è no. Avere un blog può rivelarsi molto oneroso e, se non gestito adeguatamente, anche controproducente dal punto di vista comunicativo.

Se invece siete decisi ad avventurarvi su questa via che molte grandi aziende hanno giudicato troppo impervia, prima di procedere leggete qui di seguito.

1) Il blog richiede tempo. La persona che si occupa del blog ha un costo. Fate una attenta valutazione costi-benefici.

2) Il blog – ovviamente - non supplisce alla mancanza di qualità dei prodotti e/o servizi o all’assenza di strategie di vendite e marketing. La comunicazione deve creare valore aggiunto a un prodotto già buono e a strategie già definite.

3) Il blog deve fare parte di un programma di relazioni pubbliche che comprenda anche altri strumenti comunicativi. Difficilmente può essere l’unico strumento.

4) Il blog invia al pubblico dei messaggi che devono essere coerenti con gli obiettivi che volete raggiungere. Stabilite quindi gli obiettivi e decidete come volete essere visti dal pubblico. Che grado di apertura, di informalità si conviene ai vostri obiettivi ?

5) Si comunica quello che si è, quindi prima fate una seria riflessione sulla vostra identità, chiarite la mission, la vision, i valori e metterli per scritto come linee guida a cui ispirarsi per scrivere i post.

6) Decidete il taglio: se partite con il parlare solo dei prodotti, concentratevi su questi, e non inserite articoli di tipo istituzionale. Se volete cambiare strategia annunciatelo: “d’ora in avanti questo blog parlerà anche di…” oppure “si concentrerà su…” e spiegate perché, in modo che si capisca che il cambio di direzione è voluto e motivato, e non dovuto al fatto che siete rimasti senza argomenti.

7) Chiarite qual è il pubblico di riferimento perché ogni pubblico richiede un diverso approccio comunicativo e un diverso grado di formalità / informalità.

8) Definite una frequenza di massima per la pubblicazione dei post, che dovrete rispettare. Il blog aziendale è un lavoro, quindi non ci sono scuse per non postare per periodi lunghi. Se aprite il blog, deve essere inserito tra le priorità e non diventare l’ultima ruota del carro: non vi state dedicando a un passatempo, state perseguendo una vera e propria strategia di comunicazione.

domenica 3 ottobre 2010

10 cose che dovrebbero scomparire dai siti web delle aziende



Non solo inutili, fanno perdere tempo, creano disturbo e allontanano i visitatori dal sito, ottenendo il risultato contrario a quello che un’azienda vuole raggiungere.


1. Pesanti introduzioni in flash senza skip intro

2. Pesanti introduzioni in flash, tout court

3. Musica di sottofondo senza il pulsante per disabilitarla

4. Musica di sottofondo tout court (siti di argomenti musicali esclusi), in particolare quella che si attiva improvvisamente a tutto volume

5. Pagine News senza notizie

6. Pagine News con le ultime notizie inserite che risalgono al 2007 o anche prima (nel 2010)

7. Mancanza di un indirizzo e-mail per contattare l’azienda (spesso sostituito da un modulo con uno schema di compilazione rigido)

8. Cataloghi in pdf troppo pesanti da scaricare anche con l’adsl

9. Strutture con informazioni in sequenza (la classica freccia “next” che obbliga a scorrere le voci del menu una dopo l’altra senza poter scegliere l’ordine)

10. Parole sottolineate o evidenziate in colore blu, come fossero link, ma senza collegamento





mercoledì 15 aprile 2009

Risorse umane, comunicazione interna e reputazione online

Il processo di democratizzazione e partecipazione allargata innescato nella comunicazione aziendale dall’uso interattivo del web (meglio noto come web 2.0) sta estendendo la sua influenza anche sulla gestione delle risorse umane.

Questo settore sta vivendo l'inizio di una nuova tappa evolutiva, che vede i protagonisti – dirigenti e dipendenti delle aziende – impegnati a vario titolo.

Mentre dilagano i siti che ospitano le lamentele dei lavoratori insoddisfatti e le accuse alle aziende si propagano in maniera virale, sempre più manager sono preoccupati dell’effetto che tutto ciò può avere sulla reputazione di una organizzazione.

I software per il monitoraggio delle opinioni in rete si rivelano molto utili per essere informati tempestivamente sugli attacchi di esterni, ma ben poco possono nell’arginare le invettive dei dipendenti, soprattutto se si tratta di ex, contro i quali neanche l’arma del licenziamento è efficace.

L’unica vera soluzione sarebbe quella di lavorare sulle relazioni con i propri clienti interni, creando un ambiente di lavoro positivo(anche attraverso gli strumenti della comunicazione interna, ma non solo) per far sì che i dipendenti non abbiano motivo di sfogare i loro malumori in qualche blog o forum.

Più sensato che scavare come talpe nel web alla ricerca di qualche lamentela più o meno nascosta.

martedì 31 marzo 2009

Perché non credo alla pubblicità delle aziende su Facebook  

L’ultima Thule della pubblicità su internet per aziende in crisi e con poche risorse sembra essere Facebook.

Il social network più in voga del momento, con un numero di iscritti in continua, esponenziale crescita, come terra di conquista da parte di chi non sa più che cosa fare per vendere ?

Devo dire la verità: mi sembra un’operazione abbastanza squallida e tutt’altro che originale. E credo anche tutt’altro che fruttuosa.

Facebook è uno spazio di aggregazione, serve per fare nuove amicizie e ritrovare facce del passato.

Se e quanto sia efficace in questo, quali siano pregi e difetti del sistema non è qui argomento di discussione. Ma questo è, e basta.

Caso mai posso capire il professionista che si inserisce per fare conoscere la propria attività e fare network con altri che abbiano interessi simili o che possano trovare in lui una riposta alle proprie esigenze.

Ma la pubblicità delle aziende ? Immaginate una conversazione tra amici in un salotto, o in un bar, o dove volete, persone che stanno parlando degli affari propri, fatti e misfatti delle proprie esistenze, avvenimenti più o meno personali.

E immaginate qualcuno che si inserisca nel discorso per gridare slogan o enunciare le caratteristiche di un prodotto che deve vendere. Non il passaparola tra amici “sono stato a mangiare in quel posto, si mangia bene ve lo consiglio”, ma veri e propri slogan pubblicitari come “bevete l’aranciata X ed è subito festa” oppure “ comprate il frigorifero Y capacità litri tot, numero scomparti tot, classe energetica tale.

Io la immagino così, e voi ? E che effetto vi fa ?

venerdì 27 febbraio 2009

Come gestire il web designer. Guida per l’imprenditore  



“Si une femme est mal habillée, on remarque sa robe, mais si elle est impeccablement vêtue, c’est elle que l’on remarque”

Coco Chanel

(Se una donna è malvestita si nota il vestito, se è ben vestita si nota la donna.)


I rapporti tra il grafico deputato a creare la veste di un sito e l’imprenditore committente sono stati recentemente oggetto di un animato dibattito sia su Blografik sia su questo blog. Da entrambi è emerso che le relazioni tra le due categorie non sono tra le più facili.

Ho pensato perciò di proporre un decalogo comportamentale per gli imprenditori che devono relazionarsi con i web designer, nell’intento di eliminare almeno alcune incomprensioni.

1.       Il web designer è solo una delle figure che realizzano un sito internet. Le altre sono:

*  il webmaster, che si occupa della parte tecnica e qualche volta può coincidere con il designer, anche se non necessariamente;

*  il copywriter (o redattore online) che scrive i testi;

*  il content manager, che stabilisce quali sono i contenuti e talvolta coincide con il copywriter (ma anche in questo caso non necessariamente);

*  l’information architect, cioè colui che progetta la struttura del sito a partire dalla home page fino all'ultimo dei link.

2.       Se decidete di ingaggiare solo un web designer assicuratevi di avere al vostro interno le altre figure. Non date per scontato che possa occuparsi di tutto lui, anche di quello che non gli compete. Altrimenti rivolgetevi a una agenzia che vi fornisca tutti questi servizi.

3.       Chiaritevi bene anticipatamente, e chiarite a chi deve fare il sito, quali sono i vostri obiettivi: sito istituzionale, sito incentrato su un solo prodotto o su una linea di prodotti o su un brand, sito di e-commerce, sito dedicato a un evento o altro ancora. A seconda della risposta che vi darete la grafica cambia.

4.       Chiedete sempre almeno tre proposte grafiche.

5.       Prendetevi una settimana di tempo per fare la vostra scelta, non è detto che il bozzetto che vi colpisce subito qualche giorno dopo vi piaccia ancora. Tenete presente che il bozzetto più bello non necessariamente è quello più adatto per il sito (vedi punto 3).

6.       Chi visita il vostro sito non vuole vedere un’opera d’arte, cerca delle informazioni. Ne consegue che la grafica deve essere di supporto al contenuto, contribuendo all’armonia dell’insieme senza essere invadente. La citazione di Coco Chanel che ho messo all’inizio del post non è casuale ma si riferisce proprio a questo. Tenetelo a mente, se non volete che del vostro sito i navigatori notino solo la grafica, magari con fastidio.

7.       Se il grafico insiste per delle soluzioni che a voi non convincono fatevi spiegare esattamente i pro e contro di scelte diverse. Se necessario prendetevi un altro po’ di tempo per decidere.

8.       Se nonostante tutto non si crea affinità con il grafico, lasciate perdere e cercate qualcun altro. E’ meglio ricominciare daccapo e avere alla fine un buon lavoro che procedere su una strada sbagliata cercando di aggiustare il tiro alla meno peggio di volta in volta.

9.       E’ importante instaurare un rapporto di fiducia con il grafico che avete scelto, ne avrete bisogno anche quando, in seguito, dovrete fare dei piccoli restyling del sito.

10.       Ricordatevi che il sito è vostro e la scelta finale spetta a voi (chi è che paga ?). Se proprio la grafica del sito deve essere inadatta o brutta è meglio che lo sia perché l’avete scelta voi piuttosto che qualcuno estraneo all’azienda. Ognuno paga per le proprie scelte, non per quelle degli altri e se in futuro cambiate idea non c’è niente di male a ricontattare il grafico, se è intelligente sarà felice di potervi aiutare.

lunedì 23 febbraio 2009

Web e nuove relazioni con i media  

Il ciclo della notizia di Biagio Carrano presenta esattamente quella che è la sfida principale di chi si occupa oggi di relazioni con i media: avere a che fare con un universo in continua evoluzione e completamente incontrollabile, quello del web 2.0. In cui chiunque può riprendere una notizia anche morta e sepolta e riportarla all’attenzione dei suoi lettori. Oppure mettere in piazza il cattivo comportamento di un’azienda, con ripercussioni imprevedibili.

Se un blogger postasse un video che denuncia i comportamenti scorretti della tua azienda o gli strafalcioni dei suoi dirigenti di vertice come risponderesti? Con un comunicato stampa? Ma dai, saremmo ben oltre la soglia del ridicolo comunicazionale. E se domani qualcuno (un mattacchione, un concorrente, un nemico) creasse un gruppo su FaceBook del tipo “Vittime dell’inaffidabilità dei prodotti XY” o “Vaffanculo all’amministratore delegato di banca ZW”? Risponderemmo con una contropagina su FB a nostro favore? Evitiamo il ridicolo anche stavolta. Il circuito notizia-smentita-rettifica mostra la corda anche sui canali tradizionali, figuriamoci su internet.
L’interrogativo che si pone Carrano non è da poco, ma una risposta bisogna pure darsela, perché queste ormai sono le regole, per chi vuole partecipare.
Tanto si chiede Carrano.

Come sarebbe giusto fare secondo me ?

Se un blogger denuncia il comportamento scorretto di un’azienda, il primo compito di chi si occupa di relazioni pubbliche è quello di convincere chi ne ha il potere/la responsabilità a correggere il comportamento. E poi comunicare il cambiamento. Con un comunicato stampa ? Dipende. Se la notizia ha avuto molta rilevanza, certamente un comunicato nel sito aziendale (o anche su un quotidiano a diffusione locale/nazionale a seconda del rilievo della notizia) non è a priori una cattiva idea, come neanche un post nel proprio blog, se l’azienda ne ha uno. O un commento al post del blogger protestatario.

La scelta del mezzo va ponderata, certo, ma conta di più il tipo di reazione che ha l’azienda, se dimostra o meno di voler/sapere rimediare, il modo in cui si esprime (un tono burocratico e arrogante invaliderebbe anche le migliori attenzioni), come dimostra di sapere gestire la faccenda e con quale tempestività.

Credo che si rischi di cadere nel ridicolo non tanto per il mezzo che si usa, quanto per quello che si dice e per i toni in cui lo si dice. E soprattutto se, dopo aver annunciato un rimedio/un cambiamento, non lo si realizza in maniera completa e soddisfacente.

Smentire a mio avviso è essenziale (a meno che non si tratti di una contestazione di così basso livello, per come è scritta e per quello che dice, che si commenta da sola e allora in questo caso si fa più bella figura a lasciare perdere). Farlo bene ancora di più, e prima lo si fa meglio è.

venerdì 6 febbraio 2009

La comunicazione aziendale non è una roccaforte inespugnabile  

Questo post nasce dalle riflessioni che seguono la lettura di Gli ultimi vagiti delle PR “blindate”, di Conversational, troppo lunghe per far parte di un commento.

Non è possibile creare un ambiente sterile intorno a un’azienda, l’azienda è inserita in una rete di rapporti, è un organismo vivo immerso nella realtà, e il continuo flusso di interrelazioni in uscita e in entrata impedisce il controllo totale sulla comunicazione.

Un’azienda non è una pièce teatrale in cui gli attori imparano esattamente le parole, i gesti, i movimenti che dovranno dire e fare sul palcoscenico e li riproducono ogni volta uguali (ma anche qui c’è un certo grado di improvvisazione, anche se lo spettatore non se ne accorge).

Il modo di lavorare è troppo rapido, e talvolta convulso, per permettere un perfetto autocontrollo e una autocensura da parte degli attori in questione, dall’operaio all’amministratore delegato e soprattutto da parte di tutte quelle figure intermedie che incessantemente colloquiano con gli interlocutori, come chi fa gli acquisti, le vendite, il post-vendita.

Le rp non erano blindate neppure prima dell’avvento del web 2-0 e dei social network, solo che se ne aveva l’illusione: i giornalisti pubblicavano i comunicati stampa come glieli spedivamo, i clienti leggevano le caratteristiche dei prodotti che scrivevamo sui depliant e solo quelle, ecc.

Ma nessuno poteva impedire a qualcuno di sconsigliare all’amico di acquistare un prodotto perché lui non si era trovato bene e l’azienda gli aveva negato l’assistenza necessaria a risolvere il suo problema. Il passaparola c’è sempre stato, solo che viaggiava a voce, che fosse di persona o per telefono (e prima ancora per lettera !).

Adesso ce ne siamo accorti perché il fenomeno è stato amplificato all’ennesima potenza dalla rete, che ci ha strappato – bruscamente – i paraocchi e abbiamo finalmente realizzato che siamo vulnerabili.

La signora vittima dell’episodio del Carrefour che ha fatto il giro del web si sarebbe lamentata lo stesso, con il marito, le amiche, i vicini di casa e magari loro avrebbero deciso di fare spese in un altro supermercato, per solidarietà nei suoi confronti. Certo il danno sarebbe stato molto più limitato, ma l’immagine del colosso francese avrebbe comunque ricevuto una scalfittura.

Ci sono casi però in cui il passaparola ha un peso maggiore. Per una concessionaria di automobili perdere un potenziale cliente da 20.000, 30.000, 40.000 euro perché l’amico non ha avuto un servizio soddisfacente è un danno molto più rilevante.

Ci voleva però la doccia fredda del web, con i blog e i social network in cui si può parlare male di noi, perché ci pensassimo. E’ la cassa di risonanza che amplifica le conseguenze di un fenomeno sempre esistito.

Cosa può fare dunque un’azienda ? Le regole le sappiamo ma giova ricordarle ancora:

1) comunicare in maniera chiara, completa, trasparente.

2) comunicare a due vie e non a senso unico, cioè l’interlocutore deve poter rispondere e dire la sua, possibilmente si deve tener conto di quello che dice.

3) stabilire una policy che regoli la comunicazione, concetto espresso da Conversational, che io sottoscrivo pienamente.

4) modificare i comportamenti in modo da renderli coerenti con quello che si dice.

5) per riassumere: coerenza e trasparenza sono le nuove parole d’ordine.

giovedì 29 gennaio 2009

Fino a che punto deve essere creativo un sito internet ?  


Ho trovato di molto interesse le argomentazioni di Blographik e dei suoi numerosi commentatori, tutti web designer vogliosi di sbizzarirsi in creazioni originali, e tutti, in genere, incompresi dai clienti (le aziende).

Da un lato non si può non simpatizzare con il desiderio di sfrenare la propria creatività e il proprio talento e realizzare ogni volta siti-cammeo, condensati di originalità e di innovazioni tecniche. Piccoli capolavori da inserire in portfoli quasi fossero cataloghi di mostre d’arte.

Il webmastering come forma d’arte, e chi può negare che lo sia ?

Ma l’arte si scontra con la grigia realtà di tutti i giorni, quella delle aziende alle prese con budget, fatturati, clientele da accontentare, imprenditori che non capiscono i nuovi linguaggi del web, si lamentano i creativi, che quasi sarebbe meglio non lavorare per loro.

Si tratta di problematiche note a quasi tutti coloro che lavorano in azienda - con ruoli diversi - nella comunicazione, perché in esse ci si imbatte almeno per l’80 % del tempo.

Vorrei quindi provare a presentare il punto di vista delle aziende e spiegare perché non è possibile, quasi mai, realizzare siti aziendali che siano capolovarori di arte web del 21esimo secolo.

1.
L’imprenditore (o il responsabile della comunicazione) che commissiona la realizzazione di un sito a un web designer non desidera un’opera d’arte (a meno che ovviamente non si tratti del sito di un museo o cose del genere, ma forse neanche). Vuole un sito per comunicare determinati contenuti, che possono anche avere a che fare con la ferramenta, i laminati plastici, i semilavorati in legno e altre cose del genere molto poco artistiche, ma che sono i suoi prodotti e che deve vendere.

2.
La decisione di avere un sito fa parte di una strategia di comunicazione più generale, e il sito deve rispondere ai criteri di questa strategia. Il sito è una tattica, non è la strategia, e quindi alla strategia si deve adeguare.

3.
Per contro, tutto quello che non contribuisce a sviluppare la strategia è eliminato, perché complica la comprensione del messaggio che si vuole trasmettere, come un accessorio vistoso e ridondante che calamita lo sguardo impedendo di notare l’eleganza dell’insieme.

4.
Infine, ebbene sì, abbiamo anche problemi di budget. Sapete com’è, avevamo appena iniziato a renderci conto che spendere per la comunicazione si deve perché non è un costo ma un investimento che ci arriva tra capo e collo la crisi. E mentre cerchiamo di non tagliare gli investimenti in comunicazione, consapevoli del fatto che saranno proprio loro ad aiutare la ripresa, nel contempo cerchiamo di fare di più con meno.

E così i web designer fanno la fine degli stilisti di moda, che sulle passerelle presentano creazioni magnifiche quanto importabili, ma che nelle collezioni pret-à-porter devono inserire gli abiti che le clienti possano indossare facilmente. Gli stupendi abiti di Capucci sono protagonisti di mostre, ma non li vedrete mai addosso a qualcuna nella vita di tutti i giorni.

giovedì 22 gennaio 2009

Esperto di social media: chi era costui ?  



Ho letto con molto interesse il post su Six Pixels of Separation (riportato anche da Ferpi in una delle sue ultime newsletter) Who isn't a New Media Strategist ?

L’autore contesta la proliferazione in rete di sedicenti esperti in strategie di new media e social media, molti dei quali privi di garanzie sulle loro effettive competenze.

Se si mettono insieme i numerosi commenti che seguono il post originale, componendoli come le tessere di un puzzle, emerge un ritratto ideale di esperto e stratega di social e new media.

Queste le caratteristiche principali:

1.
Non siete esperti per il solo fatto di usare determinati strumenti. Piuttosto definitevi collaboratori.

2.
Avere un blog con molto seguito e ben posizionato nei motori di ricerca o con un elevato rank Technorati non testimonia del fatto che siete esperti.

3.
La differenza tra un blogger dilettante e un esperto di social media è che il secondo è in grado di orchestrare un’intera campagna pubblicitaria per creare interesse intorno a un prodotto preciso (es. un’automobile, un vino, ecc). Questa è la figura professionale che occorre a un’azienda il cui core business non sia di tipo digitale.

4.
L’esperto unisce conoscenza dei social media a esperienza di business e le coordina per raggiungere un risultato favorevole per l’azienda che l’ha ingaggiato.

5.
Il vero esperto ascolta e comprende le aziende per cui lavora e fa in modo che l’utilizzo dei social media diventi parte di una strategia di markeging globale. I social media sono lo strumento per realizzare questa strategia, non sono la strategia.

6.
Al pari di un coach che allena gli sportivi, l’esperto è in grado di motivare, ispirare, far crecere i talenti. Non si limita a essere bravo, riesce a far diventare competenti gli altri.

7.
Esperti si diventa provando, riprovando e sperimentando, per proporre ai clienti cose nuove e sempre migliori. Lo stratega ha paura di sbagliare e capita che sbagli, ma sa imparare dai suoi errori. La sua esperienza si crea sul campo, com’è logico che sia per degli strumenti che non si apprendono sui banchi di scuola e che domani potrebbero essere superati, sostituiti da altri che dovrà imparare a usare altrettanto in fretta.

8.
Gli ingenui che pensano di dare fumo negli occhi pubblicando post scritti male su argomenti stupidi e cercano di sfruttare il successo dei blogger affermati salendo sul loro carro, si riconoscono subito, anche se si definiscono esperti.

9.
I fatti parlano più delle parole, quindi preparatevi a dar prova del vostro valore con risultati tangibili.

10.
Siate presenti sui social media: se non ci siete si presumerà che non li sappiate usare. Imparate a costruire una presenza di spessore.

11.
Essere esperti di social media significa molto più che conoscere un insieme di tattiche, è una cultura che si comprende veramente solo partecipandovi.

12.
Un buon stratega non smette mai di imparare. Soprattutto osserva, osserva, osserva e trae ispirazione dappertutto.

13.
Un buon stratega crea la sua personale metodologia, che non è replicabile dagli altri.

14.
Quello che occorre per essere un professionista di successo dei new media è prima la capacità di fare progetti per conto un’azienda o un’organizzazione e poi di portarli a compimento.

15.
Nessuno può definirsi un esperto finché non esisteranno metodologie chiare e condivise su come misurare l’esperienza e i risultati. Bisognerà aspettare qualche anno perché ci arriviamo.

16.
Attenzione: non scrivete che siete esperti strateghi sul biglietto da visita, né su LinkedIn o su Twitter, neanche se lo siete davvero, altrimenti desterete sospetti rischiando di essere esclusi in partenza !

Che ve ne pare ? Personalmente sono abbastanza d’accordo con la maggior parte di questi punti, un po’ meno con l’ultimo. Secondo voi c’è qualche altra caratteristica che un esperto di social e new media dovrebbe avere ?

martedì 20 gennaio 2009

Lanciare un nuovo succo di frutta ? Non è uno scherzo  

Dell’ultima discussione che anima la blogosfera vengo a sapere da Markingegno (ne parlano anche Mafe de Baggis, Enrico Sola, Gianluca Diegoli e chiedo scusa anticipatamente agli altri che non cito).
Tutto nasce da uno scherzo di Paul The Wine Guy.

Spacciandosi per l’intermediario del capo di una multinazionale, telefona a 10 blogger: ha 70.000 euro da spendere in una campagna pubblicitaria per lanciare un nuovo succo di frutta e nessuna idea. O meglio, un’ideuccia ce l’avrebbe anche: comprare dei post fasulli in cui gli autori magnificano il gusto della bevanda. La cosa non ha presa, in quanto i dieci contattati declinano.

Ora, posto che se qualcuno avesse accettato senza dichiarare per chi lavorava si sarebbe trattato di astroturfing, vietato da una direttiva europea recepita in Italia con il decreto legislativo n.146 del 2 agosto 2007, non mi interessa tanto commentare l’avvenimento dal punto di vista della correttezza e onestà dei blogger, quanto da quello dell’azienda.

Evidenziando quali valide alternative avrebbe a disposizione se non volesse ricorrere a pratiche sleali (oltre che stupide: ma che credibilità ha un blogger che ha sempre parlato di marketing, web 2.0, ecc. che improvvisamente si mette a parlare di succhi di frutta, minimo lo prendono per matto).

Prendiamo magari in considerazione una azienda medio-piccola, che non ha 70.000 euro da spendere in una campagna pubblicitaria (forse ne ha 7.000) e ha ancora meno tempo per fare scherzi.

Quale sarebbe il modo migliore di pubblicizzare un nuovo succo di frutta in modo che venga scelto dagli acquirenti, tra i tanti in vendita sugli scaffali dei supermercati ?
E quale sarebbe, in particolare, se si volessero sfruttare i social media, in aggiunta ai tradizionali canali della pubblicità above the line ?

Un’azienda particolarmente attenta a quello che succede nella blogosfera (un po’ una rarità, diciamolo, tra quelle di non grandi dimensioni) quasi sicuramente ha un sito internet che contiene un blog. Sul quale parla del lancio di questo nuovo succo di frutta, permettendo ai visitatori di commentare.

Nessun omaggio dato preventivamente (mancano i fondi per le spedizioni a domicilio e molti, tra l’altro, degustano e non si fanno più sentire) ma semplicemente la possibilità, a chi acquista il prodotto per libera scelta, di lasciare un parere sul blog. Possibilità reclamizzata inserendo nel packaging l’indirizzo del blog, con l’invito a visitarlo.

I commenti più interessanti saranno premiati con l’invio, questa volta sì, di una campionatura del succo di frutta preferito e magari di qualche altra novità della stessa azienda, a titolo promozionale.

Mettiamo anche che l’azienda monitori attentamente i siti in cui i consumatori esprimono pareri, come questo o questo - cosa che può fare anche se non ha un proprio blog – e intervenga chiedendo suggerimenti e stimolando l’espressione di ulteriori opinioni.

E mettiamo che faccia tesoro di queste informazioni per migliorare il prodotto e, magari, se ha un proprio blog, instauri un dialogo con i consumatori dei propri prodotti conquistandosene la fiducia, con una conversazione che prosegua in maniera intelligente e onesta, e chiarisca dubbi, dia spiegazioni e, perché no ? tolga curiosità.

sabato 10 gennaio 2009

Sito internet in inglese ? Attento alla variante linguistica  

Secondo un report di Seat Pagine Gialle di luglio 2008, il 61 % delle PMI italiane esporta, con un fatturato medio proveniente dall’estero del 37 %.

La maggior parte di queste aziende predilige internet come mezzo per promuovere la propria attività fuori dai confini nazionali.

Se ne deduce che avere un sito in inglese è obbligatorio.

Ma quale versione di inglese usare ?

Il “guru dell’usabilità” Jakob Nielsen, consiglia di scegliere una variante linguistica e usare sempre quella, evitando di saltare dall’una all’altra nello stesso contesto, per evitare un’impressione di sciatteria.

Poche e chiare le regole per i siti di paesi in cui l’inglese è la lingua locale, mentre il problema – Nielsen si rende conto – sorge quando il sito rappresenta l’azienda di un posto dove si parla un’altra lingua.

E’ il caso delle PMI italiane che devono usare un linguaggio internazionale per raggiungere una clientela più vasta.

Scartando l’ipotesi di principio secondo cui bisognerebbe creare una versione del sito per ogni variante linguistica utilizzata nelle zone in cui si hanno clienti, Nielsen consiglia di scegliere un’unica variante dopo avere effettato un’attenta riflessione.

Infatti, non solo pare che gli utenti di madre lingua inglese siano piuttosto permalosi riguardo alla scelta, ma questa incide anche sull’indicizzazione nei motori di ricerca.

Personalmente preferisco il British English, che mi sembra privo di connotazioni troppo locali, quindi adatto a un pubblico internazionale che usa l’inglese come seconda (o anche terza) lingua esclusivamente per farsi capire, senza necessità di provare quelle sensazioni di appartenenza a una community che provengono dal fatto di usare un comune linguaggio fortemente connotato.

Confesso che però sono di parte: ho imparato l’inglese in Inghilterra e sono piuttosto affezionata a questo paese, mentre non ho lo stesso feeling per l’American English, a causa di frequentazioni più brevi.

E voi quale pensate sia l’inglese più adatto ? Avete delle esperienze particolari in merito ?


domenica 4 gennaio 2009

Quanto sei bravo nelle PR Online ? Metti alla prova le tue conoscenze con un test !  

All’inizio di ogni nuovo anno è doveroso fare un bilancio degli obiettivi che ci si era posti, per valutarne il raggiungimento, totale o parziale, per ripartire con una programmazione che riprenda quanto non conseguito e proponga nuove sfide per il tempo a venire.

La valutazione dovrebbe comprendere anche una riflessione sulle proprie capacità e conoscenze in materia. Sono fresche ? Sono aggiornate ? Il nostro settore, quello delle relazioni pubbliche, strettamente legato a internet, è tra quelli a più rapida evoluzione. E’ quindi importante tenere il passo con i continui cambiamenti, pena l’essere espulsi dal mercato.

E per cominciare bene l’anno, esorcizzando le prospettive nere che media e futurologi ci presentano, ecco un test per mettere alla prova le proprie conoscenze di web marketing e pr online.

Il Web Marketing Fun Test (Q & A on Web Marketing and Online PR) è proposto da NetPowerPr, richiede solo 10 minuti e, soprattutto, permette di testare le proprie conoscenze divertendosi.

Avanti, che cosa aspettate a provare ?

martedì 7 ottobre 2008

L’azienda ? Un oggetto misterioso (1)  

Capita che uno studente universitario, o di master, o di dottorato, decida di fare una tesina su una azienda - o gruppo di aziende affini per produzione - della propria provincia. Realtà di un certo peso – altrimenti perché sceglierle: deve raccogliere sufficiente materiale per il suo elaborato e, soprattutto, deve essere materiale di interesse.
Va da sé che cominci la ricerca da internet, visitando il sito dell’azienda. Ed ecco la prima sorpresa: il sito non c’è, o meglio c’è una mezza schermata nelle Pagine Utili o nelle Europages. Sono riportati il numero di telefono, il numero di fax, la mappa con le indicazioni di come arrivare, la foto aerea (!). Non compaiono né e-mail nè sito (si intuisce che il sito è già quello). Lo studente, che vive al computer, conosce le ultime applicazioni, i social media, tiene un blog, partecipa ai forum, eccetera eccetera, alza gli occhi al cielo. Ma non si arrende. Digita il nome dell’azienda su Google ed ecco che qualche cosa viene fuori. Alcuni portali di settore ne riportano il nome. Fiducioso clicca sul primo link e entra nella pagina: ragione sociale, telefono, fax. La fantomatica e-mail non compare ancora. Ok, vediamo gli altri link. Ecco un altro portale di settore: stessa storia. Ecco un pdf, magari contiene informazioni importanti, che so, il nome del direttore commerciale (proprio la persona a cui pensava di chiedere le informazioni), o una intervista all’amministratore delegato. Speranzoso apre il file e trova una comunicazione sullo smaltimento rifiuti che l’azienda ha inviato al Comune quattro anni fa.
Ormai alla frutta, lo studente pensa di correre in biblioteca, farsi consegnare tutti i quotidiani con la pagina locale dell’ultimo anno e spulciarli per trovare un mezzo articolo, qualche cosa almeno che gli dia le informazioni di base prima di telefonare e chiedere del direttore commerciale senza neanche conoscerne il nome. Poi lascia perdere perché ci vorrebbe troppo tempo, e non è neanche detto che trovi quello che cerca, a questo punto un minimo di dubbio è legittimo.
Preso dalla disperazione compone direttamente il numero di telefono che ha trovato sulle pagine utili. Rossi Polimeri (nome di fantasia) buongiorno ! Buongiorno sono il tale, studente del secondo anno del master in relazioni industriali e sto facendo una tesina sulla vostra azienda. Vorrei rivolgere alcune domande al vostro direttore commerciale – a proposito come si chiama. Il direttore è fuori sede (il nome non viene fornito). Mi può lasciare il suo indirizzo e-mail personale – dice allora lo studente – così posso provare a contattarlo quando rientra. Non ha un indirizzo personale, le dò la mail dell’azienda, tanto le vede lui: rossipolimeri@yahoo.it. Già che c'è osa: Avete anche un sito ? No, per ora abbiamo registrato solo il dominio. Ricevuto il colpo di grazia lo studente riattacca. Mentalmente ha già archiviato l’azienda e sta pensando alla prossima da contattare.

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lunedì 23 giugno 2008

Crowdspring, un servizio per le PMI  

L’ultima frontiera del Web 2.0 si chiama Crowdspring, la community nata in America, che permette di scambiare, tra chi li produce e chi è interessato ad acquistarli, lavori di grafica e di design.

Tu hai bisogno di un logo, per esempio, posti una richiesta in Crowdspring, io ti propongo i miei servizi a un certo prezzo. Se siamo in tanti a risponderti puoi anche scegliere tra varie proposte.

Una piazza virtuale frequentata da aziende e privati, insomma, un luogo di incontro della domanda e dell’offerta.

Quale può essere l’utilità per la comunicazione d’impresa ? Sicuramente notevole per le PMI che non dispongono di un grafico di fiducia. A prezzi contenuti e in tempi piuttosto brevi possono infatti farsi realizzare lavori di grafica come loghi, depliant, e altro.

Se si ha la fortuna di imbattersi in qualcuno particolarmente bravo, volendo si possono impostare anche collaborazioni per lavori più impegnativi, come la realizzazione della grafica di interi cataloghi o di campagne pubblicitarie.

L’importante è delimitare bene quelle che devono essere le competenze del grafico di turno, evitando di delegargli la gestione della comunicazione dell’azienda, che deve rimanere saldamente nelle mani dei responsabili.

venerdì 29 febbraio 2008

Markets are conversations, ma non da Bar Sport

La rivoluzione provocata nel settore della comunicazione d’azienda dall’avvento massiccio dei social media sta imponendo velocemente alle imprese il modello di Grunig della comunicazione simmetrica a due vie, costringendole a un veloce cambio di mentalità.

E’ richiesta maggiore apertura e disponibilità a rapportarsi con l’esterno, soprattutto con i clienti e potenziali tali. Che non accettano più di essere considerati dei sudditi paganti, ma trattati come chi ha il potere di decidere del futuro di un business. Esigendo una conversazione onesta e aperta, da pari a pari.

Mentre le aziende cercano di adeguarsi, si assiste alla crescita del fenomeno speculare, che consiste nello “sbraco” di certi approcci da parte di potenziali clienti (o forse sarebbe meglio definirli curiosi oziosi).

Se lavorate b2c e avete un sito internet con un form di richiesta informazioni, o un’e-mail preposta, capirete al volo quello che intendo dire: messaggi illeggibili pieni di K al posto del ch, zeppi di parole tronche, che sembrano degli sms scritti da quindicenni. Richieste di quotazioni anonime, buttate lì, talmente generiche, incomplete e frettolose, da risultare incomprensibili.
Come se ci si rivolgesse al vicino di casa (magari urlando dal terrazzo), o al ragazzo che serve al banco del Bar Sport (“ué, dammi un po’ due birre come quelle dell’altra volta”).

Ovviamente non tutte le comunicazioni sono così, e forse nemmeno la maggioranza. Ma una volta sarebbe stato impensabile riceverne anche solo una.

E’ chiaro che un’azienda “aperta” è naturalmente portata a una maggiore informalità. Lo stesso strumento e-mail predispone a un linguaggio meno burocratico e formale (ricordate come si scriveva quando si facevano i primi fax ? E i testi di certe lettere sui manuali di corrispondenza commerciale ?).

Ben diverse sono la sciatteria e la maleducazione. Che non dovrebbero proprio essere accettate.

Le aziende hanno dovuto imparare che non bastava la qualità del prodotto, per prosperare, bisognava anche curare lo stile e la forma nel modo di presentarsi (le relazioni pubbliche sono nate anche per questo).
Adesso è venuto il momento di cominciare a educare il pubblico.