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sabato 24 marzo 2012

Ragazzi, non abbiate paura di scegliere Scienze della Comunicazione

Si avvicina la fine dell’anno scolastico e, per tanti maturandi, è il momento di scelte definitive: è ora di formalizzare l’iscrizione alla facoltà universitaria che dal prossimo settembre si frequenterà.

In tanti si dirigeranno verso Ingegneria ed Economia, incoraggiati dalle statistiche che premiano i laureati in queste discipline con il maggior numero di posti di lavoro a un anno dal conseguimento del titolo di studio.

Altri sceglieranno Giurisprudenza o Medicina, motivati da un interesse verso questi specifici settori che pure sembra offrano ancora discrete prospettive.

I più in dubbio saranno coloro che sono attratti, per interesse e inclinazione, dalle facoltà umanistiche.

A questi ragazzi vorrei dire : non abbiate paura di scegliere Scienze della Comunicazione. O lettere, lingue, filosofia, storia, storia dell’arte, se è quello che volete studiare.

Non fatevi sviare dai sondaggi, dalle statistiche, dai commenti altrui. Primi fra tutti quelli dei politici o dei commentatori tv. I primi hanno da tempo perso il contatto con le problematiche di vita dei cittadini nel cui interesse dovrebbero governare (!), gli altri hanno bisogno di argomenti per fare audience. Non vanno presi sul serio.

Invece, esaminate attentamente la vostra motivazione: fino a che punto vi interessa questa disciplina, che significato volete dare a questo corso di studi, quanto volete diventare padroni degli argomenti che studierete.


Il problema del lavoro non lo si affronta costringendosi a studiare (?) qualche cosa che non piace e per cui non si è portati.

Lo si affronta diventando persone mature, consapevoli, colte, nel senso che le nozioni apprese sono state rivestite di significati,hanno permesso riflessioni in grado di renderci più profondi, sono diventate la base per costruire parametri di interpretazione della realtà, ci hanno insegnato a fare le giuste valutazioni, a cercare soluzioni innovative ai problemi, a usare il pensiero laterale, a non fermarsi alle risposte che ci danno gli altri ma a cercare ognuno le proprie.

Le facoltà umanistiche sono eccezionali in questo. Lo studio del pensiero,della società, della letteratura, degli eventi storici sviluppano, in chi ci si dedica, la capacità di usare il cervello e di imparare gli strumenti per creare qualcosa di unico e originale. Non solo in azienda, ma nella propria vita. Che è poi il criterio con cui bisognerà cercare lavoro.

Il mondo, non solo quello del lavoro, cambia ogni giorno sotto i nostri occhi, le vecchie coordinate funzionano sempre meno. Nei posti di lavoro c’è bisogno di persone che propongano nuove idee. Non solo, è la stessa ricerca del lavoro a imporre di uscire dai vecchi schemi e provare vie alternative.

A questo difficile compito non si arriva preparati per il fatto di aver conseguito un pezzo di carta che, forse, quando sarete laureati , sarà anche privo di valore legale. Si arriva preparati se si ha avuto la lungimiranza di passare gli anni dell’ università a dare il massimo nello studio (e lo sottolineo perché non si pensi che intendo dire che studiare sta diventando obsoleto), a confrontarsi, discutere, soprattutto riflettere, e uscire dalle aule per fare esperienze, di volontariato, di politica, di lavoro, anche all’estero possibilmente per imparare bene l’inglese. Non perché le aziende lo richiedono, ma per capire il mondo,che usa questa lingua.

Se vi sembra che io manchi di realismo, vi invito a leggervi questo bellissimo post di Andreas Voigt


mercoledì 18 febbraio 2009

Quali competenze per lavorare nella comunicazione: iscriversi o no a Scienze della Comunicazione  

Ogni tanto il dibattito riaffiora. Un post di Vittorio Zambardino di qualche anno fa (in cui esprimeva parere negativo su questo corso di laurea) aveva scatenato una marea di commenti. Poi Uniferpi ha ripreso il discorso e adesso registriamo l’uscita di Vespa.

In merito all’intervento di Vespa vorrei fare le seguenti considerazioni:

1)    Proporre a un ragazzo che sta per iscriversi a Scienze della Comunicazione di scegliere piuttosto ingegneria mi pare uno sciocco spreco di parole. Quali benefici possono venire da un ingegnere (sempre che riesca a diventarlo) che non ha nessuna attitudine per questo settore? Se l’Italia ha bisogno di ingegneri stia attenta a non far fuggire quelli che ci sono già.

2)    Scienze della comunicazione è diversa per ogni sede universitaria, mi par di capire, sia come contenuti e discipline sia come valore dell’insegnamento, e mi risulta anche che ci siano svariati indirizzi, quindi fare di ogni erba un fascio ha ben poco senso.

3)    Sarebbe invece più proficuo stabilire di quali competenze ha bisogno chi desidera lavorare nei vari ambiti della comunicazione, diversificando per ambito, dato che evidentemente occuparsi di relazioni con i sindacati in un’azienda non ha niente a che vedere con il fare l’account in agenzia, o il copywriter freelance.

Il secondo passo consiste nel capire quali di queste competenze si possono apprendere all’università e quali si devono sviluppare per conto proprio, con corsi di approfondimento o al limite sul campo con l’esperienza e l’ aggiornamento continuo.

Ricordandosi che si tratta di un settore, ma mi sembra più appropriato parlare di un insieme di settori, in continua evoluzione e che quindi non è realistico pensare che l’università, che ha dei programmi codificati, riesca a stare al passo con le continue novità (pensiamo solo al recentissimo boom dei social network come strumenti di comunicazione aziendale). Figuriamoci poi se ci riesce la pachidermica università italiana.

giovedì 22 gennaio 2009

Esperto di social media: chi era costui ?  



Ho letto con molto interesse il post su Six Pixels of Separation (riportato anche da Ferpi in una delle sue ultime newsletter) Who isn't a New Media Strategist ?

L’autore contesta la proliferazione in rete di sedicenti esperti in strategie di new media e social media, molti dei quali privi di garanzie sulle loro effettive competenze.

Se si mettono insieme i numerosi commenti che seguono il post originale, componendoli come le tessere di un puzzle, emerge un ritratto ideale di esperto e stratega di social e new media.

Queste le caratteristiche principali:

1.
Non siete esperti per il solo fatto di usare determinati strumenti. Piuttosto definitevi collaboratori.

2.
Avere un blog con molto seguito e ben posizionato nei motori di ricerca o con un elevato rank Technorati non testimonia del fatto che siete esperti.

3.
La differenza tra un blogger dilettante e un esperto di social media è che il secondo è in grado di orchestrare un’intera campagna pubblicitaria per creare interesse intorno a un prodotto preciso (es. un’automobile, un vino, ecc). Questa è la figura professionale che occorre a un’azienda il cui core business non sia di tipo digitale.

4.
L’esperto unisce conoscenza dei social media a esperienza di business e le coordina per raggiungere un risultato favorevole per l’azienda che l’ha ingaggiato.

5.
Il vero esperto ascolta e comprende le aziende per cui lavora e fa in modo che l’utilizzo dei social media diventi parte di una strategia di markeging globale. I social media sono lo strumento per realizzare questa strategia, non sono la strategia.

6.
Al pari di un coach che allena gli sportivi, l’esperto è in grado di motivare, ispirare, far crecere i talenti. Non si limita a essere bravo, riesce a far diventare competenti gli altri.

7.
Esperti si diventa provando, riprovando e sperimentando, per proporre ai clienti cose nuove e sempre migliori. Lo stratega ha paura di sbagliare e capita che sbagli, ma sa imparare dai suoi errori. La sua esperienza si crea sul campo, com’è logico che sia per degli strumenti che non si apprendono sui banchi di scuola e che domani potrebbero essere superati, sostituiti da altri che dovrà imparare a usare altrettanto in fretta.

8.
Gli ingenui che pensano di dare fumo negli occhi pubblicando post scritti male su argomenti stupidi e cercano di sfruttare il successo dei blogger affermati salendo sul loro carro, si riconoscono subito, anche se si definiscono esperti.

9.
I fatti parlano più delle parole, quindi preparatevi a dar prova del vostro valore con risultati tangibili.

10.
Siate presenti sui social media: se non ci siete si presumerà che non li sappiate usare. Imparate a costruire una presenza di spessore.

11.
Essere esperti di social media significa molto più che conoscere un insieme di tattiche, è una cultura che si comprende veramente solo partecipandovi.

12.
Un buon stratega non smette mai di imparare. Soprattutto osserva, osserva, osserva e trae ispirazione dappertutto.

13.
Un buon stratega crea la sua personale metodologia, che non è replicabile dagli altri.

14.
Quello che occorre per essere un professionista di successo dei new media è prima la capacità di fare progetti per conto un’azienda o un’organizzazione e poi di portarli a compimento.

15.
Nessuno può definirsi un esperto finché non esisteranno metodologie chiare e condivise su come misurare l’esperienza e i risultati. Bisognerà aspettare qualche anno perché ci arriviamo.

16.
Attenzione: non scrivete che siete esperti strateghi sul biglietto da visita, né su LinkedIn o su Twitter, neanche se lo siete davvero, altrimenti desterete sospetti rischiando di essere esclusi in partenza !

Che ve ne pare ? Personalmente sono abbastanza d’accordo con la maggior parte di questi punti, un po’ meno con l’ultimo. Secondo voi c’è qualche altra caratteristica che un esperto di social e new media dovrebbe avere ?

domenica 4 gennaio 2009

Quanto sei bravo nelle PR Online ? Metti alla prova le tue conoscenze con un test !  

All’inizio di ogni nuovo anno è doveroso fare un bilancio degli obiettivi che ci si era posti, per valutarne il raggiungimento, totale o parziale, per ripartire con una programmazione che riprenda quanto non conseguito e proponga nuove sfide per il tempo a venire.

La valutazione dovrebbe comprendere anche una riflessione sulle proprie capacità e conoscenze in materia. Sono fresche ? Sono aggiornate ? Il nostro settore, quello delle relazioni pubbliche, strettamente legato a internet, è tra quelli a più rapida evoluzione. E’ quindi importante tenere il passo con i continui cambiamenti, pena l’essere espulsi dal mercato.

E per cominciare bene l’anno, esorcizzando le prospettive nere che media e futurologi ci presentano, ecco un test per mettere alla prova le proprie conoscenze di web marketing e pr online.

Il Web Marketing Fun Test (Q & A on Web Marketing and Online PR) è proposto da NetPowerPr, richiede solo 10 minuti e, soprattutto, permette di testare le proprie conoscenze divertendosi.

Avanti, che cosa aspettate a provare ?

venerdì 30 novembre 2007

La comunicazione è femmina 

E' il titolo di un interessante articolo a firma di Paola Viglietti pubblicato nella neswletter odierna di Monster. Da una inchiesta risulta che le donne che lavorano nel settore della comunicazione, relazioni pubbliche e uffici stampa, pubblici e privati, sono in media il 70 % del totale delle risorse umane impiegate in questo comparto.

Non solo, ancora più interessante e decisamente in controtendenza con gli altri settori, il 77,8 dei dirigenti dell'area comunicazione sono donne.

Tra le doti che hanno permesso alle donne di farsi strada l'autrice cita tenacia e determinazione, chiarezza di vedute, tensione verso l'obiettivo e formazione continua, in una parola "lavoro duro", le stesse che avevo indicato come caratterizzanti la professione di comunicatore d'azienda in un mio post di qualche tempo fa. A quanto pare le donne hanno le carte in regola per farcela.

Molto incoraggiante per le professioniste del settore, e per le aspiranti tali.

E allora, prendiamone atto come ulteriore incoraggiamento, e buon cammino a tutte...

martedì 16 ottobre 2007

I comunicatori: artisti o artigiani ? 


Il titolo del blog dovrebbe già anticipare come la penso. Ho deciso di chiamarlo L’Officina della Comunicazione (prima di accorgermi che esisteva un progetto con questo nome, dopo che una verifica su Blogger aveva escluso omonimie, ma senza controllare su Google, un errore che, lo ammetto, non si dovrebbe fare) perché mi piace l’idea che il lavoro del comunicatore d’azienda abbia molto in comune con quello che si svolge in un’officina o in un laboratorio artigianale.
Proficue relazioni con i pubblici influenti e, tramite queste, la realizzazione di un’immagine e di una reputazione aziendale positive, si costruiscono nel tempo, con tanta costanza e pazienza, limando qui, aggiungendo là, provando e rifacendo, finché non si approda a un risultato ottimale.
Quali sono quindi le qualità che un comunicatore d’azienda deve possedere ? Capacità strategiche ? Certo, ormai sappiamo che se non sono strategiche le relazioni pubbliche sono poco efficaci. Doti comunicative ? Altrimenti non avrebbe scelto questo lavoro. Guizzi di creatività ? Ovvio, se uno fa il copywriter in un’agenzia saranno anche utili, ma in azienda ? (tanto c’è l’agenzia).
E perché non anche pazienza (i risultati si vedono sul lungo termine, non stiamo mica parlando di pubblicità, che ha un impatto immediato), perseveranza (per tenere duro quando il management scalpita se non vede cambiare le cose abbastanza in fretta) perché se si abbandona il lavoro a metà va perso tutto quello che si è costruito fino a quel momento), cura dei dettagli a volte fino alla pignoleria, perché il lavoro non risulti sciatto. Non sono queste doti da artigiano - nel senso migliore e più elevato del termine ?
Credo che la maggior parte delle aziende abbiano più bisogno di gente con queste qualità, nei loro uffici Comunicazione, piuttosto che di personaggi capaci di colpi di genio ma anche di sregolatezze.

martedì 7 agosto 2007

Il Conversational Analyst: la risposta ai problemi tra azienda e agenzia di comunicazione ? 

Partendo dall’assunto no. 1 del Cluetrain Manifesto che i mercati sono conversazioni, nel suo post Fire your PR firm ? James Clark lancia una provocazione: licenziate la vostra agenzia di relazioni pubbliche.
E, se proprio non volete fare da soli, assumete un consulente che sia veramente “smart”, in gamba. E traccia il ritratto di una nuova figura di professonista delle errepì. Qualcuno in grado di interagire con i clienti, anche potenziali, intrattenendo con loro delle conversazioni in maniera costante, paritaria, chiara, trasparente, costruttiva e in tempo reale. Queste conversazioni esistono sia offline sia online per cui, sostiene Clark, se la vostra agenzia non è in grado di partecipare a entrambi i mondi, licenziatela. E sostituitela con un Conversational Analyst. Un analista di conversazioni.
Con le seguenti caratteristiche, che cito testualmente (il corsivo è nel testo originale):

Must have mainstream media experience as a journalist or communications practitioner. Strong social and analytical capabilities. Has experience with and enthusiasm for blogging, podcasting, RSS feeds, tagging, wikis, e-mail publishing, web analytics, cross-campaign management, adserving, affiliate marketing and online news aggregators. Has maintained a personal or corporate blog for at least one year. Has managed pay-per-click search marketing campaigns across Google, Yahoo, Looksmart, and other services. Can read and understand web analytics and tell a client with confidence what market to speak to. […] HTML skills required.

Che sia finalmente la soluzione ai problemi delle aziende che non sanno a chi affidarsi ? E in caso affermativo, quante figure professionali con quelle caratteristiche ci sono oggi in Italia ?